• Antonella Grandicelli

Amerò quando smetterà di piovere.

di Antonella Grandicelli


“Amerò quando smetterà di piovere”. Così rispondeva indispettita da bambina l’ultima delle sorelle di mia madre a chi le diceva che un giorno anche lei avrebbe avuto un marito. E lo diceva con la sfida appuntita in quei suoi occhi neri, lucenti di verdazzurro come la corazza di uno scarabeo, osservando il cielo plumbeo di un autunno senza fine, l’unica stagione concessa a quel nostro paese.


Vivevamo a quelle latitudini in cui non l’aria, ma l’acqua è il predominante elemento atmosferico, in cui i giorni si consumano in un languore umido, fradici d’umore muschiato, di luce d’oltretomba, di suoni smorzati in sussurri rifratti. Mio nonno masticava intere giornate di tabacco per digerire la nascita di otto figliole, per la verità tutte di una discreta bellezza e modestia, capaci di cucire e pregare senza alzare lo sguardo. Tutte meno una, la più piccola. Per quella non molta bellezza era rimasta tra l’eredità del sangue degli avi, appena un accenno nell’avorio pallido di un volto impertinente in cui gli occhi sfrontati studiavano il mondo perché volevano sapere. E questo era un difetto davvero grave.


Non che non l’amassero, questo non si può dire. Era una creatura che sorrideva spesso e a cui non pesava prestare aiuto, non perché fosse particolarmente generosa, ma perché non vedeva motivo per non farlo. In questo modo le sorelle si erano affezionate a lei, anche se non la capivano. Non capivano nulla di quella sua ingordigia di sapere tutto, di voler capire, di voler vedere attraverso. Mia madre, che era la maggiore, cercava spesso di rendere più morbida questa sua ansia, di stemperarla disegnandole giornate di piccole incombenze semplici che le insegnassero ad amare i confini domestici, le traiettorie da una stanza all’altra come le giuste strade da percorrere. Lei eseguiva e poi alzava lo sguardo verso il cielo.


Imparò presto a leggere e fu un peccato mortale. Non il primo, neanche l’ultimo per quell’anima perduta che pregava in lingue di poeti morti, tra algoritmi di saggezze antiche, formule blasfeme per riempire la distanza tra le stelle, calcolare il tempo occorrente alla materia per corrompersi e rivelare alla prozia che il sangue che scorreva nelle sue vene era identico a quello della bella e puttana Maddalena.

Cercavano di tenerla lontana dai libri in tutti i modi, certi che fossero quei caratteri dal simbolismo arcano, quegli inchiostri dai vapori sulfurei, quelle sillabe d’arsenico a renderle gli occhi lucidi e lo sguardo altero della pazza. Cominciarono con l’impedirle di andare in chiesa, poiché, mentre tutti erano impegnati nella funzione con il cuore ben rivolto verso le celesti beatitudini, lei ne approfittava per sgattaiolare in sacrestia e scivolare silenziosa nella stanza del parroco, dove apriva i grandi armadi e seduta per terra leggeva tutto ciò che le capitava con un’avidità da termite. Ma non bastava. Non passava giorno che non la trovassero con un libro in mano, fosse un breviario, il ricettario delle composte, il registro parrocchiale, il lunario per la semina.

Erano veramente preoccupati anche perché, tra il tempo passato chiusa in cantina nella speranza di una punizione redentrice e le ore clandestine consumate nella lettura contrabbandiera, il suo corpo si allungava assottigliandosi sempre più, divenendo dello spessore incorporeo di una pagina. Intanto aveva quindici anni.


Chiamarono un medico dal paese vicino, un luminare a detta di chi la sapeva lunga, e gli sottoposero il caso. Era a dire il vero un bel giovane, composto e serio, ma dallo sguardo morbido e profondo. Le sorelle s’invaghirono di lui appena ebbe varcata la soglia, festeggiando l’avvenimento con sorrisi e gridolini appena accennati, smorzati dalla loro educazione di perfette signorine. Ma la situazione era davvero grave e non si poteva certo indulgere in frivolezze. Il medico chiese di poter vedere l’ammalata e fu condotto in una stanza completamente spoglia, dove l’unica presenza di mobilio era rappresentata da un letto. Non c’erano comò né comodini, scrittoi o armadi, lampade o scaffali. Tutto era nudo come il giorno della creazione. La zia stava in un angolo, le spalle al muro, lo sguardo diretto alla finestra. Il medico sospinse la porta dietro di sé e le chiese di avvicinarsi. Lei staccò le spalle dal muro e in quel momento comparve, scritto in caratteri minutissimi, tutto il primo canto dell’Odissea.


Il medico rimase chiuso nella stanza con la paziente per un’ora buona. Quando ne riemerse appariva impercettibilmente turbato, quasi stanco, come se la diagnosi fosse stata faticosa.

Un leggero disturbo nervoso, fu la sentenza. Ciò avrebbe richiesto numerose visite nel futuro e una lunga e paziente cura. A questa notizia le sorelle si rallegrarono non poco, intravedendo la possibilità di un’assidua e romantica frequentazione, mentre il nonno scuoteva la testa al pensiero di quanto gli sarebbe costato riportare in salute quella figlia ostinatamente malata.

Il medico mantenne la parola e venne una volta alla settimana per un anno intero, con la sua borsa pesante e il suo cipiglio di composta serietà. Per la verità quando usciva dalla stanza della paziente il colletto sudato e un accennato rossore, lasciavano intravedere lo sforzo professionale profuso nella cura di una così rara e difficile patologia, ma alla domanda puntuale del nonno se ci fossero finalmente visibili e decisivi miglioramenti, il brav’uomo rispondeva sempre allo stesso modo: “È prematuro, è prematuro.” E mentre ci si consolava bevendo un bicchiere di vino, con il dottore circondato dalle premure lievi delle sorelle e dallo sguardo tra il torvo e il rassegnato del nonno, nessuno immaginava che nella stanza accanto mia zia leggesse con avidità e soddisfazione interi volumi che il povero dottore era costretto a procurarsi in ogni modo e a trasportare clandestinamente nella sua borsa, pur di soddisfare quegli occhi neri di scarabeo e pagare così le loro promesse.


La trama però fu infine scoperta, poiché il nonno un giorno, stanco di pagare parcelle per ricevere in cambio sempre le stesse due parole e rimetterci per di più il vino migliore, volle sincerarsi sul metodo di cura e, passata una mezz’ora, entrò con piglio indagatore nella stanza.

E tra le urla forsennate del nonno, grigio di rabbia, i ripetuti e paonazzi tentativi di difesa del medico, i pianti isterici delle sorelle, orbate in un attimo dei loro deliziosi pomeriggi e del sogno di un futuro confortevole, sul suo letto, la zia continuava imperterrita la lettura delle sue pagine come se l’uragano lambisse appena l’orlo della sua gonna alzata.

Inutile dire che fu offerto al medico, quale unico possibile riscatto, e adeguato risarcimento per il denaro, il vino e l’onore estorti, un rapido matrimonio, soluzione che in effetti avrebbe risolto tutti i problemi dell’ammalata in una sola volta e che il medico accettò in realtà di buon grado. Ma quando il nonno ne parlò con la figlia, l’oscuro metallo dei suoi occhi ebbe appena un fremito e, voltatasi verso la finestra, indicò con un gesto la pioggia pesante che in quel momento separava lo sguardo dal mondo di fuori e disse: “Solo quando smetterà di piovere.”

A quel punto tutti si arresero e ritennero la malattia incurabile.


Mentre ad una ad una le sorelle trovarono marito e lasciarono la casa, la zia rimase nella sua stanza di bambina, tra pagine e pagine sparse dovunque, leggendo e studiando con l’ardore dell’asceta centinaia e centinaia di libri, muta verso il resto del mondo, che più non si curava della sua esistenza, complice anche la crescente trasparenza delle sue ossa. L’unico rapporto che intratteneva era quello epistolare con il bibliotecario della città più vicina, che le spediva con puntualità numerosi libri in prestito. Si scrivevano lunghe lettere fitte di caratteri, nelle quali discutevano animatamente di letture e interpretazioni, di esperimenti e antiche filosofie.

Per la verità finché il nero dei suoi capelli continuò a catturare la luce, qualche temerario pretendente si fece avanti, più per curiosità o sfida che per innamoramento. Entravano con il cappello in mano, con il gruppetto degli amici di fuori ad aspettare tra risa e schiamazzi; il nonno non alzava neanche gli occhi, ma indicava imperturbabile con la mano la stanza della figlia. Furono anni molto piovosi.


Un pomeriggio di maggio, tra lo sgocciolio croccante della pioggia sulle assi del portico, nella melma rosea dei fiori di magnolia caduti a terra e disfatti, il nonno vide avvicinarsi una figura dapprima indistinta, avvolta in una nebbia cerulea come fumo d’oppio, e poi via via più definita fino ad emergere da quell’evanescenza e conquistarsi uno spessore di realtà.

Altri non era che lo sconosciuto bibliotecario, giunto fin lì per vedere con i suoi occhi gli incantevoli giardini che l’anima di mia zia sembrava contenere. Portava in dono un piccolo libro di poesie. Lei lo ricevette in quella stanza remota al mondo, chiusa come il fortilizio di un castello e stettero a lungo, conquistati in un discorso animato e oscuro, di cui non trapelava che una lieve brezza di sussurri.

Tornò più e più volte. Portava sempre qualcosa con sé, a volte esili pagine di poesia, a volte racconti dal profumo intenso e esotico di terre lontane, a volte filosofie dalle parole dure come roccia. La zia pareva felice e il nonno, nonostante gli anni avessero ormai reso il suo sorriso simile a un guscio vuoto di lumaca, all’apparire puntuale del bibliotecario, si scopriva piccole faville di speranza impigliate fra i capelli radi e le dita nodose e si irritava del proprio malinconico compiacimento.


L’edizione era rara; lo si capiva dal dorso solido ma antico, dalle dorature nobili ma consumate, dal vago sentore di legna pregiata. L’aria aveva un non so che di primavera, nella luce pallida e pastellata, nel profumo mite di trifoglio che rendeva difficile al pensiero ancorarsi alla realtà e lo sospingeva arrendevole verso nuvole dal colore di rosa, lucide di una pioggia leggera di velluto. L’edizione era sotto il braccio del bibliotecario, il suo sguardo appena velato di commozione. Entrò nella stanza della zia.

La rosa divenne un purpureo cristallo di cenere e nel suo infrangersi improvviso, il fragore di un cuore spezzato e un diluvio violento di milioni di gocce grigie. Una tempesta che durò giorni e giorni.


Non ha ancora smesso di piovere. Il nonno si dondola sul portico come una foglia secca su un vecchio ramo, non so nemmeno se distingua più le forme o le indovini così, per la pratica. Porta avanti il suo dialogo muto con sé stesso e credo che non avverta nemmeno più il rumore della pioggia. Io siedo a fianco a lui, terminando svogliata di rispondere a una lettera e perdendo a tratti lo sguardo dietro a sogni incorporei.

Da alcuni giorni un uomo sta lavorando al tetto, che è ormai vecchio e lascia trapelare l’acqua come una vecchia comare un segreto che le è stato chiesto di non divulgare. Risuonano i colpi di martello, lo schiantarsi di assi marce, lo sfrigolare della sega sul legno. Mi accorgo che sto guardando la zia. È alla finestra e parla con l’uomo del tetto. Non lo conosco, forse è qualcuno venuto da un paese vicino, un uomo la cui gioventù è rimasta un racconto malinconico in un bicchiere di vino la sera, ma ha l’aspetto agile e forte di un albero ispessito dal tempo. E sorride. Sorride e gli occhi della zia mandano nell’aria bagliori verdazzurri.

Un improvviso silenzio sveglia il nonno. Mi guarda smarrito mentre il cielo sembra scoprirsi in una luce di latte.

Mi alzo e vado nella stanza della zia. Una stanza colma, colma di libri, fitti e coriacei come le scaglie di un drago, tiepidi e umidi come il pane che lievita, vivi e immortali come le anime che contengono. Una stanza vuota.

Ha smesso di piovere. La zia se n’è andata e non ha portato con sé nemmeno una pagina.

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