• Antonella Grandicelli

Besame mucho


di Antonella Grandicelli



Per la Rina e il sorriso nei suoi occhi


Ricordi sono dietro agli occhi chiusi, negli occhi aperti gli istanti che ci restano. Non è un giorno qualunque quello in cui decidi di morire, ma arrivarci è un lungo viaggio e nel frattempo dimentichi la meta. E’ questo quello che ha fatto la Rina, camminando sul sentiero della vita con ai piedi le sue scarpe da sposa e in testa le ultime parole dette dalla maestra di scuola. “Tenete bene i piedi per terra mentre guardate le nuvole.” Forse era uno scherzo, forse un comandamento, ma le nuvole sono sempre potenti ingannatrici, soprattutto nei giorni di primavera, quando scivolano via libere sulla superficie liquida del cielo e assomigliano più a promesse che a sogni confusi. Prendono spumose forme d’uccelli piumati, nel volo si distendono in rapide onde leggere, sommergono brevi guizzi di luce candida che presto si libera e le sconfigge. Intanto è già estate dentro al cuore e la Rina c’è caduta dentro in quel cielo di sogni, con scarpe e tutto.


Rina ha il sorriso negli occhi, glielo dicono tutti e questo la rende felice. Perché gli occhi guardano il mondo e il sorriso lo riveste. Sono favole quelle che legge tra i rami degli alberi, che raccoglie lungo gli argini della strada e si porta fino a casa, quando a notte tarda si scioglie finalmente le trecce, finisce i compiti e crede che domani avrà più tempo per studiare, per cantare, per essere ciò che sogna. La guerra lascerà libero il nostro cammino, così come hanno fatto le nuvole nel cielo stamattina. Pensa così la Rina, non si lascia spaventare facilmente. Nemmeno mentre trema, regalando la sua catenina d’oro della Comunione perché la mettano al collo della bambina che la guerra ha gettato nel fosso e che lei guarda seppellire. La guerra ha un nome crudo, che a pronunciarlo stride come la sabbia tra i denti, come l’occhio cieco di un uccello colpito a morte e la Rina pensa a quella bambina che è sua sorella per sempre perché nella tomba porta la sua catenina al collo e sogni come i suoi pietrificati dentro al cuore. Ma lei ha il sorriso negli occhi e la musica e pensa che in fondo questa non è una ricchezza che avrebbero dato per meno di una regina.


La sua voce soave si spande tra la scuola e il mercato, nel bucato fatto e stirato, che ora, giorno dopo giorno, ha imparato a piegare. Canta la Rina, canta a vele spiegate, modulando la voce sui sogni che si gonfiano al vento come le lenzuola stese; canta mentre al banco serve il pane e la carne, mentre con i pensieri agili conta quanto fanno due etti e due litri, al banco che non è quello di scuola, al banco dove ancora non arriva se non in punta di piedi, ma d'altronde è così che le hanno insegnato a vivere, in punta di piedi. Canta e così al banco, tra ciò che si compra e ciò che si vende, si sommano i giorni e si sottraggono i sogni.

Mentre le comari stanno con sua madre sulle soglie a benedire il tramonto di chiacchiere umide e le vecchie compagne di scuola si diramano con i libri sotto braccio verso sentieri più ampi, la Rina tiene i piedi per terra e continua a guardare le nuvole. E a fare i conti a bottega.


Non le piace l’invidia, non gliela hanno insegnata e in chiesa la battezzano peccato, ma non sa come può chiamare quella malinconia sottile che le taglia la voce, le interrompe il respiro, quando vede le ragazze come lei, quelle a cui passava i compiti di matematica, quelle a cui declamava le poesie e che la ascoltavano rapite, che vanno ora a continuare gli studi, a imparare altre poesie, di cui lei mai saprà le strofe. Piange, senza accorgersene, mentre sotterra tutte le cose che avrebbe voluto imparare, tutte le donne che avrebbe potuto essere e fa un degno funerale ai suoi desideri. Ma la Rina non chiede, perché non le sarà dato, perché il suo mestiere è lavorare, perché il padre è tornato dalla guerra ed è malato, la madre parla con le vicine la sera e suo fratello è un uomo. La Rina sa bene ciò che è da dare e ciò che è da prendere, sa quale è il suo posto, non per niente è sempre stata la prima della classe.


Ma il sorriso continua a travestirla da principessa, mentre al banco ci cresce e diventa grande, una gran bella ragazza, di quelle con le guance piene e l’aria sana e tutti vogliono essere serviti da lei perché è gentile la Rina, è onesta e tratta bene. La guerra è finita finalmente, chi era ricco è rimasto ricco, forse un po’ di più, chi era povero può sfruttare ora la speranza e arrampicarcisi sopra, così come si fa con uno sgabello per vedere cosa c’è fuori dalla finestra. Le gambe si muovono per raggiungere la sera, le braccia sono operose, ma la domenica si può andare a ballare nella piazza, muovendo i piedi al ritmo di musiche che arrivano da lontano o di mazurche nostrane che accontentano vecchi e giovani. Ah, quanto piace ballare alla Rina! Peccato che la bottega sia aperta anche la domenica, per via della gente che viene in villeggiatura, e che i padroni non amino la musica. Ci sono i sacchi di farina da spostare, le damigiane d’olio, c’è la cucina sul retro da ripulire e quando hai finito, rimangono le camicie da stirare, i piatti da lavare e i figli piccoli da accudire, perché in fondo anche la moglie del padrone si vuole divertire e ha voglia di andare al cinema la domenica. E la Rina torna a casa che è già buio, la musica le risuona sommessa nella testa e forse sono passi di danza quelli che traccia sulla strada o forse è solo stanca e il passo le si fa incerto.


Nelle stagioni che scivolano via, travestite da gioventù, la Rina ha solo il tempo di cantare una canzone tra la porta di casa e la bottega, Besame mucho risuona tra le pietre storte della via, s’imbeve dell’aria fresca che arriva dal fiume, si spande limpida ai quattro canti della piazza e, giunta sulla soglia, richiude le sue ali di farfalla e intona un silenzio operoso.

Ah, quanti ha fatto sognare quella voce! Quanti quel sorriso di regina! Non mancano di certo alla Rina gli innamorati, timidi o più sfacciati, poveri come lei o già benestanti, a offrire il cuore fasciato nella carta oleata di un’attività che rende e renderà sempre più, le dicono, pensaci un po’ su Rina, che le occasioni hanno ora il loro vestito migliore. La Rina ci pensa e li osserva attenta tutti questi giovanotti. Dietro alle guance rosa di bambina e alla voce da sirena, la Rina sa ciò che serve nella vita e sceglie, lei che non aveva scelto mai, che avresti detto, non ne sarà capace e invece sceglie. Non il più bello, non il più ricco. Il più buono.

E le scarpe da sposa la portano in chiesa, la conducono infine anche lei ad avere un posto nel mondo, a sentirsi quella regina che sognava, magari senza lo sfarzo opulento di primavere fiorite, senza il dorato inganno di assolate estati, ma in autunno, quando la luce si fa più chiara al mattino presto e la via è nitida fino all’orizzonte, quando i gesti servono a raccogliere con gratitudine ciò che si aspettava per dare tranquillità ai propri giorni. E il riflesso prezioso le illumina gli occhi e mai sapremo se è pianto di gioia per il regno che la accoglie o rimpianto discreto e celato per i sogni che lascia. Non ce lo dirà.


E la vita si scioglie, giorno dopo giorno. All’inizio è solo lo sgocciolare dolce di un rivolo tra i muschi, a bagnare silenzioso piccole fatiche quotidiane, buone, calde; poi il ruscello si fa più vivace, più difficile da rincorrere, specialmente quando ha le gambe veloci di un bimbetto tanto bello quanto inafferrabile, che la fa dannare e la riempie di orgoglio. Ma il fluire della vita non s’arresta, frammenta la luce in mille riflessi, ti confonde lo sguardo. Il ruscello diventa un fiume in piena, che irrompe e travolge e distrugge quegli argini faticosamente costruiti negli anni, raggiunti senza più guardare le nuvole, per non farsi attirare, ma tenendo i piedi ben saldi per terra.

E la Rina è senza respiro. Si sente tradita perché mai si era concessa di alzare lo sguardo, mai, curando con attenzione infinita la piccola, modesta perfezione che aveva cucito sui suoi giorni, con dignità, con orgoglio. Non capisce la ragione, lei che doveva essere regina senza regno, non capisce il senso. Le hanno sbattuto in faccia le sue canzoni, rigettate indietro come lo sputo della pioggia contro il vento. Quel nuovo bambino con gli occhi così dolci che potrebbero scaldare un’intera primavera, non mangia come gli altri, non si muove come gli altri, non è la pietra preziosa che sognava per la sua corona. E i giorni diventano così fatica, la pelle della vita si fa opaca, grinzosa come la buccia di una mela vecchia, in bocca un sapore acidulo, che deve essere lo stesso dei sogni quando marciscono e vanno a male. I passi si muovono sempre su una linea retta, le braccia li seguono, ma non ci sono più canzoni, non più, e deposto è lo scettro, deposto il sorriso di quegli occhi.


Sono seduta accanto a te, Rina e vedo scorrere tutto questo passato dentro ai tuoi occhi chiusi, lo sento farsi aria nei tuoi respiri, lo raccolgo come si fa con un unguento che lenisce, un balsamo con cui vorrei guarirti. Vorrei dirti che lo so che la somma dei dolori e dei piaceri non è equa, che conta ciò che hai dato più di ciò che hai fatto, che nulla possiamo scegliere né mai siamo scelti. Ma quando le tue palpebre si alzano, non posso che chinare la testa come si fa di fronte a una regina e chiederti di sorridermi ancora una volta e ancora una, perché quello è sempre stato il tuo regalo per questo mondo. E il filo sottile della tua voce che vibra incerto nell’aria, Besame, besame mucho.


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