• Antonella Grandicelli

C'erano sere

di Antonella Grandicelli



C'erano sere che si assorbivano in lenti circoli d'ozio. Stavo a guardare il cielo divorarsi lentamente la luce. Stavo come lucertola impassibile, piccolo mostro d'immobilità. Il calore forte bruciava i pensieri, un atroce filo di vento ne scacciava via le ceneri.

Allungavo una mano e toccavo il muro rosso e sentivo dentro ardere ancora il sole. Non staccavo la mano finché non vi restavano impresse le piccole trame dell'intonaco grezzo. Le osservavo macchiarmi la pelle come una malattia strana ed incoerente, tagliente e piacevole. Ne seguivo il senso, cercando di tradurre quel codice arcano che a poco a poco scompariva, assorbito come acqua dalla terra. Tornavo allora a guardare il cielo, depurata da ogni movimento inutile.

Era spessa l'estate e greve. Ed io non l'amavo. Ne riconoscevo i tratti nell'ingannevole colore dell'aria, nel biancore languido e liscio delle pietre, nell'odore ostile di salsedine e cercavo di allontanarla da me. Ma non potevo. E allora la osservavo immobile, senza contribuire per un solo attimo alla sua vita.


Mia madre entrava e usciva dalla casa con gesti rapidi e consueti. Mi guardava piano, senza far rumore, con movimenti impercettibili dei suoi piccoli occhi. Annusava il gelatinoso rancore che trasudava da quell'apatico silenzio. Lo osservava come un paesaggio che non ci appartiene, che presto speriamo di abbandonare. Era come un respiro pesante, un alito venefico, un orizzonte storto. Lei aveva sempre trattenuto tra le dita le sue certezze rocciose. frutto di secoli di laborioso stillicidio. Avevano affrontato mani e mattoni e pazzi ed erano giunte fino a lei cosi scarnificate ed essenziali da sembrare comandamenti. Tutto il resto era peccato. Nella sua vita non c'era dunque mai stato spazio per il dolore del pensiero. Non so se inutile, pericoloso o assente. Aveva sempre guardato con un sottile umore di inquietudine al mio peregrinare stanco e irriducibile, tra cumuli di nuvole bizzarre. E con un gesto rapido mi trascinava giù. Ma questa volta era diverso; sapeva che ero molto più in alto, troppo in alto perché le sue solide mani potessero salvarmi.


Nell'agonia del giorno respiravo un'aria più azzurra. I bagliori della vita intorno si spegnevano. Le foglie sugli alberi sgocciolavano piano quella morbida luce impietosa e a poco a poco ritornavano scure, taglienti, carnose. La vita si riprendeva le sue forme proprie, si riavvicinava alla sua essenza, si rigenerava di notte per perdersi di nuovo il mattino dopo. Ma la tregua era in corso. La mia solitudine vorace si nutriva di ogni piccolo cambiamento, ogni leggera ed instabile variazione del mondo. Avrei potuto ripercorrere ad occhi chiusi l'omelia che accompagna un giorno che muore. Ma guardarla era come regalare ogni volta a quella morte una piccola particella di me stessa da portare con sé. In genere era una lacrima.


La radio rigava il silenzio con suoni rauchi. Era una droga.

Non potevo più vivere senza quell'incessante gorgoglio, senza quell'apparente bolla d'aria. Era una magica scatola nera e mi portava voci che altrimenti non udivo. Era una frenetica ricerca da una stazione all'altra di quel suono che mi avrebbe distratto quei pochi minuti e che, appena finito, mi avrebbe costretto ad un'altra affannosa rincorsa.

A quell'ora la smania cessava e la radio gemeva in un angolo come una preghiera.

Guardavo davanti a me le prime file di alberi, alti e sottili.

Poi il vapore degli orti, le fragranze aspre che salivano leggere. Le case davanti a noi, con le luci accese e le mani dentro che si muovevano. Cercavo di vedere chi apriva le finestre e respirava l'aria appena più fresca; immaginavo volti e storie probabili e quotidiane, ma intrise di quel tanto di mistero da renderle accettabili. Oltre, il rumore rapido e guizzante delle automobili sull'autostrada; piccoli uccelli metallici che migravano nella notte verso nidi

luminosi. Lontano i monti, appena un po' più scuri che di giorno, incisioni nette sull'orizzonte sempre più compatto. Era lì che avrei voluto essere. Riportavo lo sguardo davanti a me, appesantito dall'intensità del viaggio.


Il mio volto doveva sembrare di pietra. Levigato dall'aria e da giorni di pensieri incessanti. Tutto era cominciato con il sapore amaro dell'abbandono. Le piccole, maligne sconfitte dell'orgoglio, le esperienze che tardano, i desideri che si confondono. Mi sentivo un eremita, ma senza un dio a cui guardare. Divoravo pagine di carta, che bruciavano poi dentro di me come falò e non erano mai abbastanza.

Ogni giorno che passava assomigliava ad un caldo oceano di ore e di minuti, in cui io mi lasciavo trasportare. Ed era cosi vasto, cosi immenso quell'oceano da perdere i confini, il mio nome, le mie risposte. Era come essere in un enorme deserto, affondare i piedi nella sabbia rovente, uno dopo l'altro, con l'inesorabilità di un'esecuzione. Solo le ombre della notte e del giorno macchiavano lo scorrere del tempo, troppo presto diluite in quell'inesorabile biancore. Alzavo la testa all'improvviso sibilo di un grillo. Restavo in attesa del ripetersi di quel livido grido d'angoscia. Ma nulla scuoteva più l'imperturbabilità del giorno.



La guardavo negli occhi piccoli e sottili e la baciavo. La sua pelle un po' ruvida, umida, verde mi rendeva la calma. Aveva una testa a punta, con due segni gialli intorno agli occhi. Con attenzione scrutava gli improvvisi movimenti del mondo. Era mia. Accarezzavo il suo guscio duro e secco, il suo ventre leggermente molle, le zampine, che dapprima ritraeva con timore e che a poco a poco, riconoscendo in me una sorella, abbandonava.

Stavamo la sera sedute insieme ad aspettare. Il cielo sprofondava al di là dei monti e io la accarezzavo e le parlavo. Parole tristi, melmose, senza memoria. Passava un uomo e ci guardava. Esistevamo. Le avevo dato un nome romantico, poco adatto alla sua figura di piccolo drago rattrappito. Ma a lei non importava, non le serviva. Si era ormai abituata all'acqua tiepida, al cibo stopposo, a me. Ma so che per una spina di libertà mi avrebbe uccisa.


Spuntava una luna opaca. Era un chiarore morbido, simile a

quello delle profondità marine. Era un silenzio vago. Era una

luce che aveva un inizio e una fine. Che moriva dove si

posava. Era l'unica luce che amavo.

La vita stanca si dileguava per qualche ora. Una calma dolce

mi invadeva e come una marea mi spingeva verso la notte.

Un rigurgito di speranza velenosa mi interrompeva il respiro.

Avevo quindici anni.

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