• Arianna Destito

Chi laverà via quel fango?



Silenzio e buio. Lo stesso di sempre. Di ogni catastrofe.

Sono caduta nel fango denso e vischioso della strada. Ho anche riso. Il riso della disperazione e del rifiuto.

Perché in quei momenti rifiuti di pensare che incomba un pericolo reale. Non accetti l’idea che si possa morire per il maltempo. Che in un posto sicuro, dove vivi e lavori, tra le tue cose, tra le mura di casa o nelle strade tranquillizzanti di una città al valium, si nasconda il mostro della distruzione.

Si può rischiare la vita per la pioggia?

Mi sono rialzata. Impantanata in una pozza color caffelatte. Gli occhi sgranati. Non ridevo più. Il fango ricopriva tutto: il Moncler pagato a rate, i jeans presi in saldo, le scarpe Geox modello Hogan. L'inutile ombrello con la bandiera inglese, ricordo di un viaggio a Londra, uno scheletro senza più carne. Ricordi anch’essi infangati, lontani, perduti in un muro d’acqua che si è improvvisamente materializzato davanti agli occhi e che nessuno si aspettava.

Ora devo ritrovare la strada verso casa. Eppure la percezione del pericolo è ancora una sensazione confusa, un presagio inquietante ma vago. Più forte di tutto è l’istinto di sopravvivenza.

E subito gli sconosciuti diventano compagni di strada.

«Hai paura?»

«Solo un po’, non avevo mai visto niente di simile.»

«Neanch’io. Dammi la mano.»

Camminiamo con l'acqua alle ginocchia. Insieme. In silenzio. Sino al primo ponte sul torrente in piena, dove i nostri destini si dividono.

«In bocca al lupo».

«Crepi.»

E proseguo il cammino. Ancora più veloce. Non guardo indietro, mentre schiaffi d'acqua mi colpiscono il viso e i vestiti. Come se la natura volesse picchiarmi, vendicarsi e dire così che proprio non va bene. Ma perché prendersela ancora con noi?

Cammino e mi accorgo che intorno ora è il caos. Tutti cercano una via di fuga, le moto saettano sui marciapiedi. Mi dico che, se mi salvo dall'acqua, finirò per essere investita da uno di questi pazzi.

Ma riprendo a muovermi. Prima o poi arriverò da qualche parte. Troverò il modo di raggiungere la mia strada, la porta della mia casa. Al sicuro.

Anche se il clima è mite e la temperatura insolitamente alta, sento freddo, i capelli gocciolanti, la vista obnubilata e i vestiti appiccicati addosso. Un passo dopo l'altro, attraverso il ponte. Sotto di me, a pochi centimetri dalle mie scarpe zuppe, la piena scorre furibonda. L'adrenalina è diventata il mio carburante. Mi accorgo che questo è il luogo più pericoloso, quello che avrei dovuto evitare, ma voglio raggiungere la strada sull’altra riva, dove ho visto un autobus passare.


Che ora sarà? Quanto tempo è passato?

Finalmente riesco a superare il ponte e mi ritrovo sulla riva destra del torrente. Le auto non circolano più. Gli autobus neppure.

Proseguo a piedi fino al centro e, da qui, raggiungo la mia strada, fino al portone di casa. Quando entro nel piccolo appartamento mi accorgo che non mi era mai sembrato così bello.

Mi guardo allo specchio e comincio a parlare alla donna che mi sta di fronte, il volto segnato dalla fatica e dalla paura: sembra impossibile che tutta quell'acqua e fango abbiano impregnato i tuoi vestiti, il tuo corpo, la tua anima, la tua vita.

E, dopo, silenzio.

Una sorta di coprifuoco invita tutti a non uscire di casa. Le immagini alla tv riprendono un altrove al quale sei appena scampata. E ti sembra impossibile che nel luogo dove eri qualche ora prima non ci sia più vita. Non più forma. Solo distruzione. È l'apocalisse che ha bussato alla porta.

Le ore scorrono in una notte senza sonno. In attesa di un mattino che non avrà l'oro in bocca, ma solo il sapore del fango di una giornata surreale. E speri in una blanda tregua, come in tutte le guerre che si rispettino. Ma qui il nemico è subdolo, si camuffa e prende le sembianze di acqua e melma, detriti e desolazione.

Hai lasciato laggiù qualcosa di importante, qualcosa di vitale per te. E perciò il giorno dopo devi tornare.

Le strade riemerse dal diluvio restituiscono carcasse di ciò che il giorno prima era vivo, pulsante. E sembra passata un'eternità. Tornano in mente i reperti archeologici di chissà quale era. Macchine rovesciate, accatastate una sull'altra, incastrate in strade senza sbocco,.

Scarpe e oggetti a te familiari che escono dalla porta secondaria, perché la principale non si apre più, è bloccata dai detriti. E tutto il marcio degli scantinati che fuoriesce come un’esalazione mefitica, un gas che dà vertigini e senso di vomito.

E tu entri lo stesso. Tutti i tuoi macchinari da lavoro sono distrutti, l'acqua è stata implacabile.

Si è salvata solo la radio. La guardi galleggiare sopra una scrivania di plastica, quasi una zattera di sopravvivenza.

Tutto il resto − schedari, cartelle, apparecchi sofisticati − tutto morto.

Allora telefoni ai tuoi capi. Perché quel posto era tutta la tua vita. Di lavoro, si intende. Lo curavi come se fosse tua proprietà. Ma loro prendono tempo. Tergiversano. Non si fanno sentire. E tu non capisci. Cominci a spalare. Senza fermarti perché non ne puoi più del fango. E loro ancora non arrivano.

E tu spali. E loro ringraziano e ti fanno sapere che segneranno sul cartellino le ore impiegate a ripulire. E tu non ascolti più. E li senti lontano. Lontano da qui, da questo senso di fine, da questo odore di morte.

E tu spali. Spali fino alla nausea, tanto non hai neanche fame. Vai avanti perché peggio di così non può andare, e ancora non ci credi che sia successo. Ma devi anche mettercela tutta e pensare che si potrà ricominciare.

Nel frattempo arrivano gruppi di ragazzi che, senza parlare, si avvicinano con una pala in mano e si uniscono a te. Nel silenzio il solo rumore è quello dei badili che spingono fuori il marciume. E quel suono diventa un mantra che sostiene il dolore e ti aiuta a sopportare l’idea che non si è salvato nulla. Ma hai salvato la vita.

E spali e spingi fuori l'acqua. Spali e piangi. E tutto è più grande di te. Lacrime e fango.

Ora ti manca anche l'aria, irrespirabile per la polvere e il tanfo che si solleva dalla melma. Ma non ti fermi. Perché proprio non lo accetti quel senso di fine, quella puzza di cadavere che è diventata la tua città. E allora continui a sfiancarti per dare scossa e vita a chi ti sta intorno. Tra negozi sventrati, semafori spenti, strade impantanate. Gente disperata che ha lasciato alla piena un pezzo della propria esistenza. E il fango ovunque. Sulle scarpe, sui vestiti, sui capelli, sul viso, sulla pelle. E tu lavi tutto, ma il fango è sempre li. Non va più via. Ormai è dentro di te. Ti ha invaso senza che te ne accorgessi. Sei fango, anche tu.

E ogni volta che pioverà ti chiederai: chi laverà via tutto quel fango?

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