• Arianna Destito

Civico quarantadue

di Arianna Destito



Ogni sera, prima di addormentarsi, si affacciava alla finestra di quello sgangherato palazzo.

Osservava il mondo dall’alto, non vista.

Essere invisibili è un grande privilegio, pensava.

A volte non essere visti ti permette di vivere come ti pare.

A volte non essere visti ti permette di vedere tutto.

Nella notte torrida di una Milano afosa d’un agosto che non avrebbe mai più dimenticato, il vice questore Andrea De Curtis, nella sua camera senza climatizzatore, fissava il soffitto ascoltando il vociare che proveniva dalla finestra, inutilmente spalancata. Fino a quando qualcuno non attaccò la musica.

Un vecchio successo di Gigi D’Alessio decretava ufficialmente il perdurare dello stato di insonnia. Fino a nuovo avviso.

De Curtis si alzò svogliatamente, si sciacquò il viso, si bagnò i polsi e, già che c’era, si fece una doccia fredda per cercare di trovare sollievo a quella insopportabile calura, alla quale faticava ad abituarsi. Mai avrebbe pensato di sentire la mancanza del suo odiato vento della Riviera ligure.

Si avvitò l’asciugamano al corpo, prese il pacchetto di Marlboro light, tornò alla finestra, di fronte a un mondo variopinto di panni stesi, perfettamente incastrati l’uno sull’altro, e di persiane scolorite aperte e fissate al muro fitto di crepe del palazzo confinante al suo.

Si accese con gusto la sigaretta. La solita, fastidiosa storia che doveva smettere di fumare andava accantonata, per ora.

Respirare veleno in un posto senza aria poteva anche essere una forma di temporanea salvezza.

Era capitato tutto velocemente e per caso. E ora si trovava in una nuova vita, in un nuovo appartamento, quasi senza accorgersene.

Era un’occasione, l’appartamento. In una zona centrale. E poi era una soluzione provvisoria.

Certo, ora aveva capito perché fosse un’occasione.

Se hai la banale necessità di dormire la notte, al momento te la puoi scordare. Chissà, forse in inverno puoi recuperare il sonno perduto, pensava. Ma l’inverno pareva al momento un’altra vita.

Già, un’altra vita.

Per ora, la sua consisteva nel sistemare alla bell’e meglio l’appartamento per poterci almeno sopravvivere. Gli scatoloni del trasloco, sparsi per tutta la casa, sarebbero restati parcheggiati lì a lungo, e questa era l’unica certezza che aveva.

Insieme al fatto di trascorrere parte delle notti insonni alla finestra.

A fianco dell’immenso numero civico quarantadue. Il chiacchierato, misterioso, decadente palazzo, crocevia di storie, rifugio della mala e di terroristi, centro di spaccio e di loschi traffici, dove, si diceva, c’era passato pure Vallanzasca. Quel condominio dove vigilantes privati ti chiedono i documenti per varcare la soglia del portone e affacciarti nel cortile. Ma anche quello delle feste, delle mostre di pittori e artisti emergenti, emersi o nascosti. Quello della gente comune che ci vive da anni benissimo, degli studenti, quello dagli affitti agevolati perché “Ha capito di che palazzo si parla?”

Era buffo che un vice questore si trovasse a vivere proprio li accanto. Una sorta di contrappasso. O semplicemente un trucco della vita, che talvolta trova da sola le risposte giuste a domande impossibili.

Andrea tornò a letto e accese la lampada sul comodino. Il libro Tenera è la notte di Scott Fitzgerald era aperto, e l’angolo della pagina cinquantatré ripiegato come segnalibro. Le classiche orecchie dei libri. Ah sì, era un piacere fare le orecchie ai libri. Andrea non capiva quelli che li trattavano come se fossero oggetti sacri da conservare in una teca. Il libro era un mezzo e dunque lo usava come un mezzo di trasporto per i suoi viaggi onirici. Lo voleva sentire suo, sottolineava le pagine, le piegava e a volte le maltrattava anche un po’, ma sempre a fin di bene, per appropriarsene del tutto. In quella notte che esalava calore, evaporato dall’asfalto e da chissà dove, decise che non avrebbe più dormito. Si diresse alla finestra. Musica, ancora musica, nonostante fosse passata la mezzanotte. Gigi D’Alessio si mischiava ad altre musiche e suoni arabeggianti.

Dal Marocco a Napoli e deviazioni della vita e dintorni.

Davanti alla finestra vide una donna, anche lei affacciata. Una di quelle strane melodie proveniva proprio dalla sua stanza. Anche lei fumava. Nella notte due puntini luminosi sembravano accesi per lanciarsi un segnale. A volte i gesti del corpo comunicano prima della volontà della mente.

Doveva essere una donna molto bella, pensava Andrea, di certo lo era nell’eleganza della postura e dei movimenti, nel modo in cui si sporgeva dal davanzale e nel gesto di portare alle labbra la sigaretta. C’era un’altra luce in quel buio, oltre a quella della sigaretta accesa, ed era lei, la misteriosa donna che fumava. Appariva fiera, altera ed elegante, e aveva i capelli lunghi, neri e mossi.

I loro sguardi si agganciarono.

Un cenno di vicinanza per mitigare la solitudine.

Una sera dopo l’altra, una notte dopo l’altra. Pagine dopo pagine di Tenera è la notte. L’appuntamento della sigaretta notturna era immancabile. Un tacito accordo al davanzale.

Le finestre non erano abbastanza vicine per vedersi bene, ma ad Andrea sembrava che a volte la donna sorridesse o che accennasse un saluto. Ma lo erano abbastanza per accorgersi che il taglio e il colore dei suoi capelli cambiavano spesso. Da mora a bionda, da rossa a castana. Da corti a lunghi. Da code e ricci a lisci con frangia. Cambiava acconciatura continuamente. E portava grandi, vistosi orecchini.

L’ultima sigaretta della notte. La prima della mattina. In sottofondo qualche vociare, a volte qualche urlo. Un ubriaco che ce l’aveva con gli abitanti del Bligny.

Andrea si stava a poco a poco abituando a quelle notti senza pace. Dopo un po’non ci fai più caso e certi rumori che sembravano molesti diventano familiari. Come il tram e la sua ferraglia mobile, un suono cadenzato, effetto mantra. Con un po’ di fantasia, s’intende.

Una mattina la dottoressa De Curtis si trovava al bar sotto casa. Sfogliava il Corriere e il cameriere le aveva appena servito brioche e cappuccino.

“Ecco la sua colazione, signora”. Detestava essere chiamata così. E dire che era un tipo atletico, vestiva sportivo e non aveva certo l’aspetto di una signora. Forse perché per lei signora era l’immagine di sua nonna con il tailleur blu, la messa in piega da regina Elisabetta e la borsetta di lato. Mentre era assorta in questi pensieri accadde qualcosa.

Era lei.

La vide entrare sorridente con aria spavalda, come chi non teme niente nella vita. Portava un grande, eccentrico foulard in testa e indossava un abito bianco, leggero, lungo fino alle caviglie.

Si avvicinò decisa a lei. “E’ la poliziotta, vero?”

Andrea restò un attimo stupita. Tra la brioche e il cappuccino riuscì persino a rispondere.

“Immagino di si. E immagino si sia sparsa la voce” disse.

“Si, al 42 questa è la regola: tutti sanno tutto, anche quando non sanno niente. E ufficialmente nessuno sa mai niente, anche quando sa tutto. Posso sedermi?” domandò spostando la sedia, mentre Andrea fece segno di accomodarsi.

“Dopo tutte le notti insonni trascorse alla finestra”, proseguì la donna, “mi sembra doverosa una presentazione. Io sono Marlene.” Allungò la mano verso Andrea che si presentò a sua volta. “E devo parlarle di un omicidio”.

La dottoressa De Curtis la fissò dritta negli occhi, due occhi verdi, intensi, quasi ipnotici.

“Un omicidio”, continuò, fissando il volto di Andrea e studiandone la reazione, “proprio qui, al Bligny 42.”

“Di cosa sta parlando?” la incalzò Andrea, trangugiando d’un fiato un bel sorso di cappuccino rovente.

“L’omicidio di un uomo. Era il dirigente di una multinazionale. E io so chi l’ha ucciso.”

Andrea trasalì. “Come lo sa?” domandò, la tazza a mezz’aria e il respiro che si fece improvvisamente corto.

“Quando è morto ero lì.”

“Quindi ha visto l’assassino…”

“Non ce n’è stato bisogno.”

La poliziotta corrugò la fronte, sgranò gli occhi e non disse niente. Seguì un silenzio sospeso in cui ad Andrea parve che, in qualche angolo profondo del suo essere, Marlene si stesse divertendo.

“Si chiederà perché», riprese finalmente la donna. “È semplice: l’ho ucciso io.”


Sorrise, ma il sorriso sembrava piuttosto una smorfia dolorosa. “E’ un peso che non voglio più portarmi addosso. Un macigno che schiaccia ogni attimo della mia vita. E quando arriva la notte quel pensiero si fa forte, prende forma e allora non dormo, devo alzarmi e avvelenarmi con queste.”

Estrasse dalla borsa il pacchetto delle sigarette e lo posò sul tavolino.

“Ha presente quella sensazione di fare la cosa sbagliata da sempre? Ha presente il momento preciso in cui realizzi che devi cambiare perché sei a un bivio? Ecco. Quella sera era cominciata così.”

Andrea era rimasta impietrita, con la tazza del cappuccino stretta tra le mani. La mise giù e scrutando la donna si apprestò ad ascoltare la sua storia.

“In questi ultimi anni Guido veniva spesso qui al 42, come tanti in cerca di distrazione o d’una via di fuga. Di solito alloggiava vicino agli appartamenti dove vivono prostitute e trans. Lasciava qualcosa di sé ogni volta che doveva ripartire. Tracce − vestiti, indumenti intimi, qualche libro − che puntualmente a ogni ritorno ritrovava al suo posto. Era un uomo solitario, timido, che parlava poco. Molto magro, sebbene non gli mancasse l’appetito e amasse il buon vino. Non riceveva mai ospiti: arrivava, si fermava qualche ora, un giorno, una notte. E ripartiva.”

Andrea cominciò ad accorgersi che quel racconto la riempiva di curiosità. Niente a che vedere con l’intrusivo bisogno di sapere del poliziotto, ma piuttosto una sorta di incanto e di simpatia umana per quella donna così fuori dal comune.

“Era sposato con una donna di Bolzano” proseguì Marlene, “che insegnava matematica al liceo. Qualcuno dice che solo qui al 42 lo vedevano stare bene. Aveva una figlia di sedici anni, Chiara, ma era un padre d’arredamento, come lo definiva la moglie. Non sapeva essere presente. Per essere dentro all’amore infinito per un figlio bisogna essere dentro se stessi.”

Fece una pausa e si rivolse al cameriere, ordinando un caffè nero e una pasta alla crema.

“A poco a poco Guido iniziò a indossare una nuova vita, qui al 42, come tanti di quelli che bazzicano da queste parti. Serate alternative, droga di buona qualità, sesso facile. Ma anche libertà. Una specie di casa. Sì, per lui qui questa era diventata la sua casa. Era cominciato tutto per gioco e a poco a poco il 42 lo aveva scelto. Gli hotel a cinque stelle lo aspettavano, ma finiva sempre per passare le sue notti migliori qui, in questa vecchia e decadente casa di tutti.”

Il cameriere servì la colazione e Marlene cominciò ad addentare con piccoli morsi la pasta dolce.

“La casa non è solo il posto che abiti, la casa è qualcosa di più. Puoi anche credere di sceglierla, ma alla fine è lei che sceglie te. E, mi creda, non gli interessava la droga, e neanche quello che molti arrapati repressi pensano di trovare fra le mura del sesso a pagamento. No, lui qui cercava semplicemente la libertà di essere se stesso”.

Terminata la pasta, cominciò a sorseggiare il caffè.

“Perché sa, se non ascolti la tua casa, se soffochi sempre tutto, rischi che una sofferenza più grande trascini con te tutte le persone che hai intorno, in un baratro senza fine. E Guido lo sapeva bene. Ma lui si sentiva così da un pezzo: la sua famiglia non era più la sua casa.”

Andrea era assorta ad ascoltare e la preoccupazione di arrivare puntuale in questura non la sfiorava neppure.

“Lo vedevo arrivare con il suo trolley, e il suo carico di umanità pesante, ogni volta sempre più pesante. Indossava il loden verde, la cravatta di Finollo e ordinava sempre un Martini cocktail. Non avevo mai visto occhi più malinconici dei suoi. Era la persona più infelice che avessi mai visto con un Martini in mano. Quella notte, nel bilocale ad affitto agevolato dove si rifugiava dopo aver attraversato l’atrio e il cortile, tra muri scrostati, crepe e calcinacci, io lo stavo aspettando. Una volta dentro iniziò a spogliarsi. Prima si liberò del loden, poi sfilò la cravatta e la camicia di Finollo, ripiegò il vestito di alta sartoria sulla sedia di legno azzurra dell’ Ikea. Sfilò i boxer rosa, in tinta con la camicia. E restò lì. Nudo. Inerme. Davanti allo specchio. E davanti a me.”

Andrea cercava di immaginare la scena. La scena del delitto.

“Fu in quel momento, in quel preciso momento, che mi avventai su di lui. Gli passai un sciarpa bianca di seta intorno al collo. Bastò il gesto per far scattare tutto il resto. Gli feci indossare una sottoveste nera, dei tacchi a spillo, gli passai Rouge Dior sulle labbra. E Guido non c’era più. A solcare con gioia infinita il pavimento del bilocale ad affitto agevolato ora c’era Marlene.”

Un senso di sollievo, come una ventata d’aria fresca che entra dalla finestra, attraversò ogni fibra del corpo della poliziotta.

“Mi creda, non mi ero mai sentita così viva da quando Guido era morto”, sospirò Marlene. E, dopo una pausa, aggiunse: “Conosce il lato oscuro, dottoressa? Lo conosce davvero? Lo ha mai abitato?”

“Perché me lo chiede?”

Marlene stirò un debole sorriso, ma i suoi occhi scintillavano, quasi eccitati. “Perché? Se lo evita, se lo ignora, sarà lui, prima o poi, a venire a cercarla. Guido lo aveva ignorato per tutto quel tempo. Doveva arrivare a quarant’anni suonati per affrontarlo.”

Andrea era colpita da quel modo eccentrico di presentarsi.

“Perché mi ha raccontato questa storia?”

Marlene alzò le spalle e, accennando nuovamente un sorriso, ma senza divertimento, amaro, provò a giustificarsi.

“Perché non la conosco. Si è più forti quando nessuno ha oltrepassato la siepe del nostro giardino e della nostra coscienza. O forse perché lei rappresenta la legge”.

“Cosa non la fa dormire la notte, Marlene?”

Sospirò e la guardò come se avesse toccato il punto giusto.

“Mia figlia Chiara. Ci scriviamo ogni giorno. Ma non ho ancora il coraggio di vederla. E poi la madre me lo impedisce, lei, che nel frattempo ha cambiato tre fidanzati. Ma sa, sempre meglio che un padre trans…”

Sorrisero ancora di una complicità casuale ma autentica.

Andrea la osservava, mentre un velo di malinconia attraversava quel volto di donna truccato con gusto e privo di volgarità.

“Non dev’essere stato facile” disse. “Eppure lei sembra così solare e piena di energia. Qual è il suo segreto?”

Le restituì uno sguardo inorgoglito e mostrò nuovamente la fierezza che Andrea aveva riconosciuto in lei fin dal primo momento, e che le illuminava il viso.

“Il fatto di essere stato un uomo calvo” le sussurrò, mentre con la mani dalle lunghe dita sottili sfilò via il foulard colorato, in un gesto elegante e liberatorio, mostrando un cranio lucido e liscio in contrasto con gli occhi verdi perfettamente segnati dall’eye liner, le labbra rosso fuoco e grandi orecchini a cerchio.

“Così posso indossare tutte le acconciature che voglio.”

Andrea avvertì come un nodo serrarle la gola. Un nodo liberatorio di felicità.

“Benvenuta in Viale Bligny Andrea.”




Il racconto di Arianna Destito è tratto da "I delitti della città vuota" (Atmosphere Editore, 2016), antologia di racconti a cura di Piera Carlomagno.


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