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L'eredità di Tiresia: un anno senza Andrea Camilleri



“Da quando non ci vedo più, vedo le cose più chiaramente”.

Così come Tiresia, personaggio che aveva portato a teatro in uno spettacolo fortemente voluto ed indimenticabile, Andrea Camilleri anche da cieco ci vedeva benissimo.

Lo scrittore siciliano è stato in grado fino all’ultimo di comprendere, con straordinario acume e sensibilità politica, i nostri tempi, svelandone le miserie e le necessità. È per questo che ci manca così tanto. Ad un anno dalla sua scomparsa, il vuoto che la sua voce arrocchita e la sua ironia intelligente hanno lasciato, è grande. Manca lo scrittore, certo, con la sua scrittura prolifica e divertita (una quarantina di romanzi solo quelli con Montalbano protagonista), un incontestato talento narrativo e una voglia mai sopita di trasformare i pensieri in storie e personaggi. Ma manca soprattutto l’intellettuale vero, quello che non appartiene ai talk show o alle comparsate prezzolate, quello della cui opinione sentivamo istintivamente di poterci fidare. Non la visione del profeta o dell'indovino, ma lo sguardo lucido e critico di chi aveva viaggiato lungo i due secoli e aveva imparato ad individuare e leggerne i segni.


Camilleri è stato un grande scrittore, ha avuto una vita lavorativa intensissima accompagnata da una vita familiare appagante, perché è sempre stato un uomo calato nella realtà del suo tempo, capace di raccontarla e raccontarsi con una passione che gli ha permesso di non allontanarsi mai dal sentire della gente, soprattutto la sua gente, quella di una Sicilia densa di sfumature, nelle cui storie non c'è solo la mafia ma un campionario infinito di intonazioni differenti e sorprendenti. Il successo, o - per meglio dire - la popolarità, li raggiunse non più giovanissimo, dopo aver concentrato molte delle sue energie nel teatro e nella televisione, ma continuando sempre a scrivere narrativa e anche molta poesia. Lo raggiunse - lui che aveva studiato e lavorato a Roma, che aveva portato in scena autori europei come Beckett, Ionesco o Strindberg - grazie alla sua sicilianità, infiltrata nei suoi romanzi attraverso il carattere del commissario Montalbano, dei personaggi grandi e piccoli che lo circondano e soprattutto di un linguaggio che si nutre di un dialetto capace di dare colore ed anima ai dialoghi. Un'operazione letteraria di non così scontata riuscita, che rende l'approccio alla lettura impegnativo. Una lingua che a poco a poco ti entra dentro e finisci non solo per riconoscere ma anche per attendere come un senso di confortante presenza. Chi di noi, lettori di Camilleri, non ha detto, almeno una volta, "non mi rompere i cabasisi", "l'ammazzatina" o "vuoi babbiare"?


E come tutti coloro che si aggirano dietro le quinte, non poteva mancare in Camilleri il gusto per il coup de théâtre: l'ultimo commissario Montalbano, quello definitivo. Se n'è parlato per anni con l'autore, anche scherzosamente, e forse anche un po' scaramanticamente, di quell'ultimo romanzo. Si bisbigliava già consegnato nelle mani di Elvira Sellerio anni fa, si diceva il requiem di Montalbano, si facevano moltissime ipotesi, che - siamo certi - avranno divertito un mondo lo scrittore. Ma, in fondo, questo fantomatico ultimo romanzo nessuno di noi avrebbe voluto mai davvero leggerlo.


Invece, secondo i dettami del Maestro, in contemporanea con il primo anniversario della sua scomparsa, Camilleri ci regala ancora un'ultima avventura del suo commissario, un congedo che forse anche lui avrebbe ritardato, ma che ha comunque pensato con il suo sorriso sornione. Esce in questi giorni per Sellerio Riccardino, il romanzo che Camilleri aveva pronto dal 2005, anno in cui gli giunse l'idea dell'uscita di scena del suo personaggio e che pensò bene di sfruttare per i giorni a venire, quando lui stesso, da quella scena, sarebbe stato ormai fuori. Nato a poca distanza dalla Girgenti di Pirandello, Camilleri, come il suo conterraneo a cui spesso il suo sguardo si dirigeva, si gioca la carta del teatro nel teatro, del rovesciamento delle parti, dell'ironia che altro non è se non l'altra faccia della malinconia e in Riccardino fa dialogare sé stesso con Montalbano, in un confronto divertito e pieno d'amore.



E il buon commissario Montalbano? Si aggirerà spaesato in una Vigata immobile, sfocata, colorata di seppia come una vecchia fotografia? Se Camilleri manca a tutti noi, pensiamo quanto mancherà a lui, al personaggio, che dal suo autore ha avuto la fama sì, ma soprattutto il grande amore per la sua terra, i profumi, il cibo, le tante bellissime donne e la capacità di guardare oltre l'evidenza, la capacità di ascoltare oltre le parole, la capacità rabdomantica del cieco Tiresia di scorgere la verità anche quando, per non farcela scoprire, ci tengono chiusi gli occhi.


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