• Antonella Grandicelli

La notte del comandante

di Antonella Grandicelli



olio su tela Rosanna Maffeo

Era quasi sera, quel giorno d’inverno. Mi ricordo che ero stanca, la giornata era stata lunga e avara di soddisfazioni. Tanta la strada che avevamo percorso, tante le pietre scalciate, la polvere secca che bruciava gli occhi e ti spremeva lacrime aride. La veste pesante, adatta alla stagione, ci rallentava, s’impigliava nei rovi che costeggiavano la via, brunita dalla terra e dalla mancanza di pioggia. Il padrone ci faceva segno di muoverci più veloci, ci gridava di non perdere tempo. “Fannullone, impiastri che non siete altro! Con quello che vi pago, dovreste rendere il doppio. E invece ve ne state lì, sempre ferme, sempre a formare capannelli, pigre e ottuse. Non butto via il mio denaro, io! O cominciate a rendere o vi caccio via senza rimpianto.” La litania era sempre la stessa, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Non vi avevamo fatto più caso, credendola più uno sfogo che una vera minaccia. Un dire stizzoso e prepotente, che il padrone gettava fuori come uno sputo quando hai la bocca troppo amara.


Ma qualcosa era successo, qualcosa che aveva screziato l’alba di inquietudine sommersa. La notte prima, senza che nessuno se ne accorgesse, una di noi era scomparsa nel buio. Era la Bruna, quella anzianotta, che vestiva di marrone scuro e camminava lenta, trascinandosi, ormai vinta dall’età e dalla stanchezza. Il padrone aveva preso a pungolarla sempre più spesso, rinfacciandole che rendeva poco, che prenderla con lui era stato proprio un cattivo investimento e che avrebbe fatto meglio a liberarsi di lei, che quasi ormai ci andava in rimessa. La Bruna non rispondeva mai nulla, pareva quasi essere sorda ai rimproveri e alle ingiurie, faceva i suoi passi lenti, senza perdere la strada, anche se spesso rimaneva indietro. Io la osservavo senza farmi vedere, per una sorta di rispetto dell’età e del lavoro che sicuramente aveva svolto in tutti quegli anni, e mi accorgevo che soffriva. Non era la fatica, no, ché a quella era ormai abituata. Era l’umiliazione. Era l’avvilimento. Di più, era la paura.

Quella notte era seguita ad un giorno particolarmente duro. Il freddo ci aveva trafitto in staffilate per tutto il tragitto, nonostante un sole scolorito e pulito ci osservasse lungo il cammino. Eravamo crollate tutte dalla stanchezza, ammassate le une alle altre per sfruttare il calore dei nostri corpi affrontando l’oscurità. Non avevo fatto caso alla Bruna e con me, le altre. Solo ad un certo punto, nei vapori densi del sonno, le narici mi avevano portato un profumo oleoso, acre. Un profumo di morte.


Al mattino, riprendendo il viaggio, un brivido di nervosismo aveva percorso tutto il gruppo. Poche parole, strappate al silenzio della marcia. La Vanda mi aveva fatto segno con gli occhi in direzione del punto in cui di solito procedeva la Bruna e quando scrollai la testa per farle intendere che non capivo, mi disse a denti stretti: “L’ha fatta fuori, il bastardo.” Guardai il padrone e lo vidi come sempre concentrato sul suo fine, non mi parve né più nervoso, né più sollevato. Pensai che la Vanda era la solita esagerata, la solita piantagrane. La Bruna era stanca di quella vita, non ci voleva un genio a capirlo, aveva probabilmente deciso di fermarsi, di farla finita, di ritirarsi. Aveva chiuso il capitolo e basta. Certo, avrebbe potuto salutare, dire due parole. Ma in fondo non eravamo poi così unite come volevamo sembrare, se non nel freddo della notte. A pensarci bene, avevo forse scambiato in tutto due parole con la Bruna, qualche ovvietà sul tempo o sul cibo amaro e duro. Non credevo che fosse tenuta a comunicarci la sua decisione. L’aveva presa e basta. In effetti il padrone sembrava persino allegro, quasi sollevato di essersi liberato di quella che considerava ormai da un po’ di tempo niente altro che un peso improduttivo e sterile.

La Vanda continuava a guardarmi, ammiccando al padrone con occhi truci e infuocati d’astio.


Cambiai posto nella marcia, mi allontanai da lei, perché in tutta sincerità, non volevo proprio essere coinvolta nei suoi discorsi e nelle sue ostinate illazioni. La Vanda era una sindacalista nata. Sempre a parlare di diritti, di orari troppo esigenti, di esagerate richieste di produzione, di bastone e di carota, di lotte e rivendicazioni. Per un po’ ero stata a sentirla, poi però mi ero stancata. Erano solo parole, capaci di rendere la polvere della strada sempre più amara, il cibo sempre più crudo e indigesto, la vita sempre più nera. Ma non tutte avevano fatto come me.

La Ricciuta, la Secca e la Grossa si stavano invaghendo sempre più di tutti quei concetti che la Vanda faceva strisciare fuori dai denti durante le ore di riposo, ben attenta a non farsi sentire dal padrone o dai suoi scagnozzi, rozzi e aggressivi, pagati per farci da guardiani e molto compresi nel loro ruolo. Ed era così che eravamo arrivate alla sera, accompagnate da un’ombra leggera ed inafferrabile di turbamento.


C’era lungo la via come un anfiteatro naturale di rocce, un riparo miracoloso da quei gelidi venti che transitano lungo le pianure in quella stagione. Al cenno di ferma del padrone, ci arenammo tutte lì, con le spalle ben coperte, stanche, di più, spossate dalla lunga e faticosa giornata. Il padrone aveva trovato riparo poco più distante, protetto anche lui da una sorta di grotta rocciosa, un incavo scabro, scavato dal vento e dalle intemperie, come tanti ce n’erano in quella regione. Aveva acceso un fuoco, com’era sua abitudine, e vi si era seduto a scaldarsi, accompagnato dai suoi scagnozzi fedeli.

Noi rimanevamo quindi leggermente fuori dalla sua vista.

Mi accovacciai sul limite del gruppo, approfittando sì del loro calore, ma isolandomi anche un po’, godendomi quel cielo così intensamente nero e bucato da miliardi di piccoli fiori luminosi, tale e quale un campo che mi era capitato di vedere da piccola, nel paese di mia madre, molto lontano da lì. Mi stavo quasi assopendo, arresa ad un torpore tiepido come latte appena munto.

“L’ho sentito con le mie orecchie, vi dico.”

“Ma sei sicura di aver interpretato bene le parole?”

“Sicura come della fame che ho.”

Più in là, al centro del gruppo, si era formato come un capannello. E in mezzo, la Vanda.

Vi dico che l’uomo incontrato oggi dal padrone lungo la strada gli ha detto che stanotte accadrà.”


Più infastidita che incuriosita, mi avvicinai. “Che cosa succede? Non pensate che sarebbe meglio riposare? Il cielo è troppo pulito per durare, domani potrebbe addirittura nevicare. E non devo certo dirvi io quanto sia dura la marcia nella neve. Dovremmo contare su tutte le nostre forze.”

La Vanda si fece largo, spostandosi fra le altre. “Questa notte non potrai essere scettica. E’ arrivato il momento del nostro riscatto.”

Il suo sorriso largo mi fece quasi tenerezza. “Vanda, ma di quale riscatto parli? Sono millenni ormai che la nostra vita è questa, serve di un padrone. Che cosa mai potrà far cambiare questa cosa?”

La Vanda si fece ancora più vicina e con lei tutto il resto del gruppo, tanto che ormai saremmo sembrate quasi un tappeto a chi ci avesse scorto in lontananza. La Vanda abbassò la voce. “Ascoltatemi tutte. Questa notte tutto cambierà. Il sotto diventerà il sopra, la polvere si farà oro, il buio si farà luce.”

Sospirai. La retorica della Vanda stava raggiungendo livelli di ridicolo. Lei mi puntò i suoi occhietti scuri. “Lo so che molte volte è stato detto, che molto è stato promesso e mai mantenuto, ma dovete credermi, questa volta avremo quel riscatto che meritiamo, quella dignità a cui aneliamo.”

“Ma in definitiva, Vanda, che cosa avverrà stanotte di tanto straordinario da ribaltare il mondo così come lo conosciamo da sempre?” La Ricciuta sembrava anche lei perplessa, anche se, nel suo sguardo senza ciglia, vidi passare come uno scintillio di luce.

La Vanda prese fiato e attese qualche istante che il silenzio riempisse ogni spazio tra noi.

“Questa è la notte in cui arriverà il condottiero.”



Nessuno pronunciò una parola, nessuno si mosse. Il vento, spesso sferzante in quelle regioni durante la notte, in quella, completamente assente. Poi un brusio come di cicale al tramonto mortificò a poco a poco quell’immobile silenzio, lo ricoprì, lo dilatò come un boato. Infine, ci ritrovammo a parlare tutte insieme, le une sulle altre, senza ritegno, scomposte e crepitanti. Era impossibile, sicuramente la Vanda aveva capito male, non c’era senso in tutto quello, nessuna possibilità che fosse vero e reale e immanente.

“Ascoltatemi.” Le voci calarono, qualcuno occhieggiò al di là delle rocce, con il timore che il nostro incauto rumoreggiare avesse svegliato il padrone. “Abbiamo sulla schiena secoli di soprusi, di angherie, di sfruttamento. Lavoriamo dalla mattina alla sera, ci trasciniamo in lunghe, estenuanti marce, sotto ogni cielo, arse dal sole o zuppe dall’acqua. Non abbiamo latte per i nostri figli, non abbiamo spesso che poco cibo da dividerci e che ci divide. Ma è così che ci vogliono, è così che ci hanno sempre volute. Sole, rancorose, divise. Io vi dico, questa notte dobbiamo crederci. Tutte.” La Vanda appuntò di nuovo su di me gli occhi arrossati dallo sdegno sincero. “Tutte. Perché è così che vinceremo, insieme. Che cosa ci è mancato finora? Qualcuno che ci riunisse tutte, che ci desse forza, che credesse in noi e nella nostro desiderio di libertà e giustizia. Ora finalmente arriverà.”


La Vanda sembrava infuocata, in preda ad una smania feconda, gravida di aspettative ed entusiasmo. “Li ho sentiti bene. Dicevano che un condottiero arriverà stanotte, proprio qui. A pochi passi da qui. Arriverà per liberare i poveri e i diseredati, gli ultimi, i soli, gli sfruttati. E che cosa siamo noi, se non povere anime oppresse e maltrattate senza ritegno? Guardiamoci in faccia. Avete voi davvero dei dubbi sulla sorte della nostra compagna Bruna? Uccisa, sfinita da anni di lavoro poco ricompensato, da soprusi, da crudeltà. Arsa da una vita di sfruttamento, le ossa e l’anima masticate con disprezzo ed infine ingoiata dalla gola profonda del buio. Ascoltatemi sorelle, perché questo condottiero arriva per noi e anche per lei, perché non abbia sofferto invano.”

Ognuna di noi, dalle profondità più recondite della propria anima, sentì salire su, sempre più su, un calore indefinito, una sensazione che si faceva sempre più solida e viva. Ognuna ripensò agli anni passati a soddisfare le esigenze del padrone per un poco di cibo quotidiano, agli stenti, al freddo, al dolore di vedersi sottratte ai figli, ad una vita tranquilla, in cui il cielo che osservi la mattina sarà lo stesso la sera quando ti coricherai. Un brivido collettivo ci percorse, quasi lambite da una lingua di fuoco.

Eravamo però schiave da così tanto tempo della remissività, che quel calore non arrivò che ad essere un fondo di brace. Ma la Vanda se ne accorse, si avvide di quel fragile germoglio di speranza e vi si attaccò. “Sorelle, mie compagne di sventura, unitevi a me questa notte. Perché se è vero che arriverà un condottiero, qualcuno capace di guidarci, di unirci, allora io voglio esserci. Non voglio perdere questa opportunità, mancare questa possibilità. E voglio che anche voi siate con me. Per il riscatto.”


Ci guardammo tutte negli occhi, ché oramai eravamo tutte sveglie e attente intorno alla Vanda. Al di là delle rocce, nell’oscurità di una notte senza luna, il padrone dormiva il suo sonno solido come una reggia costruita sulle nostre spalle.

Nessuno disse più nulla.

La Vanda fece qualche passo e si voltò. Si accorse che tutte, proprio tutte seguivamo, in silenzio assoluto, le sue orme. E il suo petto si riempì d’orgoglio.

Senza far rumore, ci allontanammo rapide dalle rocce. La strada era difficile da seguire perché nessuna luna la rischiarava. Non riuscivo a capire come la Vanda potesse procedere tanto sicura. Allungai dunque il passo e la affiancai.

“Come fai a sapere che questa è la giusta direzione? Non abbiamo nemmeno un punto di riferimento.” Lei mi guardò e mi strizzò l’occhio. “Questo lo dici tu.” Poi mi fece un gesto, verso l’orizzonte. Non vedevo nulla, proprio nulla. Né un fuoco, né una luce. Puntai lo sguardo, il cielo era straordinariamente stellato, come un lago gremito di piccoli pesci pulsanti e fluorescenti. Poi la vidi, in fondo alla volta, quasi a sfiorare l’orizzonte. Era una stella luminosissima e portava con sé una scia di polvere scintillante. Mi accorsi che era proprio in quella direzione che la Vanda ci stava portando. “Ho sentito anche questo, oggi. Quell’uomo che ha parlato con il padrone, gli ha detto che gli avevano riferito di seguire la scia di una stella per trovare il luogo ed arrivare in tempo.”


Per un po’ tenni compagnia alla Vanda, alla testa del gruppo, per non lasciarla sola, per darle una mano in quella marcia ignota, perché in fondo la ammiravo, per la sua caparbia fede, per il suo non smettere mai di crederci, per il suo non accontentarsi di un destino accettato da molti come già scritto e per lei invece tutto ancora da scrivere.

Poi indietreggiai e mi confusi di nuovo tra le altre, per approfittare ancora una volta di quel calore che si sviluppava dall’essere tutte insieme e che, passo dopo passo, sembrava crescere. All’improvviso mi parve persino di sentire i loro pensieri, tanto si erano fatti vivi e solidi e concreti. Vedevo cortili di casa, prati verdi, piccole radure con sorgenti dall’acqua limpida. Vedevo sere trascorse in famiglia, con i piccoli intorno, a narrarsi storie di avi e di piccoli incidenti quotidiani ben risolti. E il camminare non mi era più pesante, anzi, pareva quasi che rasentassi la terra con un passo aereo e leggero e con me, tutte. Un fiume che scorreva sereno e frizzante scivolando sulle pietre come fossero nuvole senza consistenza.

A un certo punto, passate oltre l’ingombro di un lieve pendio, scorgemmo qualcosa non troppo lontano, una luce, tenue. E un movimento che proveniva da un incavo di roccia abbastanza profondo. D’istinto guardai verso il cielo e vidi che la punta scintillante di quella stella polverosa cadeva esattamente sopra l’ingresso di quel riparo roccioso. La Vanda dapprima ci bloccò. Si guardò in giro, annusò l’aria per sentire se c’erano odori maligni. Poi, rassicurata, si mise da parte e fece scorrere il ruscello dei nostri passi senza aver bisogno di indicarci la strada.


Arrivammo. Trovammo una piccola grotta naturale, rischiarata appena da un lume che bruciava grasso e faceva una luce densa e circoscritta. All’interno, quattro figure chine su di un pagliericcio. Pensai subito ad un ferito o forse peggio, tanto era l’immane silenzio che ci circondava e l’intensità degli sguardi di quelle quattro figure. Forse eravamo arrivate tardi e il condottiero aveva già perso la sua battaglia.

Ci avvicinammo tutte, fermandoci rispettosamente a qualche passo da loro.

C’erano ai lati del pagliericcio un uomo e una donna, pallidi e stanchi, come dopo un lungo viaggio. La donna anzi, pareva stremata. Eppure giungeva le proprie mani in preghiera, assorta e invasa di pace. Dietro di loro, un bue e un vecchio asino, probabilmente ricoverati lì da qualche pastore della zona, perché troppo vecchi e stanchi per continuare la marcia. I due poveri animali respiravano sonoramente, espandendo nell’aria un fiato caldo e confortante. Al centro, sul pagliericcio, avvolto in qualche striscia di stoffa, un neonato.


Guardai la Vanda. Un condottiero? Una guida? Un faro per il nostro coraggio? Una linfa per il nostro desiderio di libertà? Guardai le mie compagne, che ora sentivano tutta la stanchezza di un giorno e una notte di cammino senza riposo. Le vedevo sedute per terra, accovacciate ai piedi di quel pagliericcio, mute per la sorpresa. O forse per la delusione.

Guardai quel piccolo essere umano, totalmente indifeso, sopravvissuto al freddo solo grazie al fiato puzzolente e rumoroso di due vecchi animali. Il padre, logorato dalla fatica, la madre sfinita dal parto. Un condottiero.

Le stelle avevano mentito.

Eppure se una cosa avevo imparato in quella mia inutile vita, era che le stelle di un cielo profondo ed incommensurabile sono la sola cosa certa che esiste.

Il bambino in quell’istante aprì gli occhi dal suo sonno di creatura e mi guardò.


Sentii all’improvviso le sue manine farsi grandi, afferrare cibo dalla sua ciotola per darlo ad altri, lo sentii dire che dovevamo amarci, così forte da combattere quel male oscuro che ci alberga dentro e ci fa misconoscere quel pezzo di noi che è dentro chi ci guarda, lo sentii dire che è troppo facile rubare, uccidere, spergiurare, sputare sul nome di nostro padre, più difficile è credere che ciò che ci hanno dato è che così prezioso, che mai, per nessuna ragione, va macchiato e offeso con atti così spregevoli e privi di logica alcuna. Lo sentii dire che non si nasce soli ma tutti insieme nello stesso istante, mille e mille volte. Lo sentii pronunciare il mio nome e quello di tutti gli altri, tutti quanti, fino all’ultimo di noi, fino al più misero, al più nascosto alla vista, al più sudicio e anche cattivo, sì, cattivo e crudele. Glieli sentii pronunciare in un tramonto precoce, sulla sommità di un monte, attaccato a due pezzi di legno mentre gli strappavano l’anima, nell’intento di spegnere la sua voce. Lo sentii rivolgersi a me, in quel tramonto precoce e lì, in quel momento, su quel pagliericcio, dicendomi che sempre moriremo per difenderci dal buio e che sempre risorgeremo negli occhi di qualcun altro a cui avremo lasciato in dono il nostro sguardo sulla vita.


Lo sentii dire tutto questo, giuro che lo sentii davvero. Fu come un calore che mi partì da dentro e, più forte di quanto non avesse mai fatto, mi sgorgò fuori in un urlo possente di gioia, di vita. E mi accorsi che fu così anche per tutte le altre, per la Vanda, la Ricciuta, la Grassa, perché all’improvviso la notte fu rotta, squarciata da un immenso, glorioso belato.

Poi, ad una ad una, offrimmo il nostro latte a quel bambino. Perché potesse vivere e potesse morire, perché con lui potessimo condividere l’amore per quell’esistenza che ci era stata data e il dolore di perderla e la gioia di darla a qualcun altro. Perché la speranza di essere migliori fosse sempre il nostro unico comandante.

Poi ci addormentammo tutte. E così ci ritrovarono sul principio dell’alba il padrone e i suoi cani.

1/2
Themeltingpop.com
Iscriviti alla newsletter

© 2023 by Going Places. Proudly created with Wix.com

I contenuti presenti sul blog The Melting Pop sono di proprietà di The Melting Pop.

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma.
È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore.
Copyright © 2019 The Melting Pop . All rights reserved

Le fotografie presenti su The Melting Pop appartengono ai rispettivi titolari, e non possono essere utilizzate, stampate, riprodotte, copiate, divulgate, salvate elettronicamente o in altri modi, senza il consenso dei rispettivi titolari. Alcune foto sono tratte da Internet, qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarcelo e saranno subito rimosse.

La Redazione dichiara di non essere responsabile per i contenuti e i commenti inseriti nei post dagli autori. Eventuali commenti dei visitatori, lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi alla Redazione, nemmeno se i commenti vengono espressi in forma anonima o criptata. La Redazione di The Melting Pop si riserva il diritto di rimuovere senza preavviso e a suo insindacabile giudizio, commenti che risultassero offensivi, volgari, blasfemi, inutili, altamente provocatori o che abbiano contenuti di natura pubblicitaria. Gli utenti del blog che inseriscono commenti pertanto se ne assumono la piena e totale responsabilità.

  • White Facebook Icon

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 2001.