• Antonella Grandicelli

LA PRIMA VOLTA CHE SONO MORTO


di Antonella Grandicelli




La prima volta che sono morto avevo un bel vestito gessato grigio. Il sole non si decideva a tramontare su quel nostro piccolo paese avvinghiato su per il monte come lo zoccolo di una capra. Il sudore mi aveva appiccicato tutti i capelli e stava per colarmi sul colletto bianco. Il che, per un morto, è perlomeno strano.

L’odore dei fiori, intenso e dolciastro, mi stava avvelenando a poco a poco e la voglia di una sigaretta, mista alla sete, aveva reso la mia lingua simile ad una spugna asciutta.

Era dal mattino che giacevo immobile – tranne qualche rapida grattatina ogni tanto – all’interno di una cassa di legno, che il reverendo si era procurato non so per via di quali conoscenze. La gente del paese, ammaliata come una mosca dal profumo mieloso della morte, aveva cominciato il suo andirivieni fatto di scalpiccii, brevi ronzii, sussurri, già dalle prime ore. E il reverendo li accoglieva tutti con il suo garbo innato, le sue parole di consolazione, i suoi tristi sospiri di pietà. Sospiri lievi, appena accennati, o profondi e maestosi, a sottolineare i soliti commenti stantii, che sempre accompagnano la veglia del morto e la rendono una palude così vischiosa che il distacco dell’anima dalle spoglie terrene si vorrebbe il più possibile sbrigativo.

Verso le sette, quando il flusso di compaesani aveva subito una sosta per la cena, il reverendo aveva raggiunto, con il suo passo strascicato, l’orlo della cassa, si era affacciato e con il suo tono più ispirato aveva pregato: “Oh Signore fa che quest’onesto uomo non trapassi proprio oggi, perché ho promesso sul mio onore di ridare la cassa indietro per domani. Amen.”

Poi, con un sogghigno degno del più mefistofelico demonio, mi aveva detto: “Buone nuove?”

E io, elegante e discretamentamente rigido nel mio gessato grigio, gli avevo risposto: “Niente nuove. Ma gradirei ugualmente un goccio di vino. E una sigaretta.”


Non per vantarmi, ma l’idea del morto era stata mia. Non l’avevo elaborata, mi era giunta così, di botto, come una folgorazione, una sera in cui il reverendo e io stavamo bevendo un bicchierino di Lumassina e discutevamo del furto delle offerte per l’organo. Il pover’uomo era veramente amareggiato e si era ormai dato per vinto.

“Ho fatto un appello ad ogni messa, ho fatto un discorso sulla piazza, ho parlato di inferno e paradiso, di peccati e di perdono, della ricchezza dell’onestà e della miseria della cupidigia. Ora ho finito il mio repertorio. E siccome non sono né avvocato né poliziotto credo che dovremo dire addio all’idea dell’organo e continuare ad accompagnare le nostre funzioni con i gorgheggi delle pie e volenterose zitelle della prima fila.”

Probabilmente era stato quel pensiero spaventoso a mettermi in moto il cervello. E a fornirmi quell’idea vincente.

Le offerte che i nostri generosi concittadini avevano elargito per l’organo erano state raccolte al termine delle funzioni all’interno di una piccola cassetta di ferro, ben sicura e munita di un’unica chiave. Senza la chiave era veramente difficile aprire la cassetta, perché era stata fusa in un unico blocco. Evidentemente la speranza di far tacere le vecchie zitelle era un patrimonio che condividevamo in molti e le offerte erano state tante. La cassetta, quasi piena, era sistemata su un piedistallo di legno in fondo alla chiesa e veniva salutata con un silenzioso ringraziamento da ogni fedele all’uscita.

Ma una mattina il reverendo, con grande stupore ed immediata angoscia, si era accorto che la cassetta era sparita. Rubata. Trafugata. E con lei le agognate note dell’organo.

La situazione sembrava irrimediabilmente perduta. Ma non era così. Il reverendo aveva ancora la chiave.


“Reverendo qui bisogna agire d’astuzia. E agire al più presto. In questo momento lei ha davanti un potenziale cadavere.”

Il reverendo non mi era parso sconvolto da questa rivelazione. Avevo deciso allora di passare alla seconda parte.

“Un cadavere vivo.”

Ora sembrava più attento.

“Spargeremo la voce che la chiave della cassetta è in mio possesso e che la difenderò a costo di portarmela nella tomba. Dopo qualche tempo io morirò e non credo che la cosa desterà sospetto. Sono vecchio, cieco e malandato e ho esaurito tutto quello che dovevo dire visto che spesso ripeto cose già dette. E vedrete reverendo che prima della mia sepoltura il ladro si farà vivo.”

“Senza offesa amico mio, ma tu non ci vedi. Come potrai riconoscerlo?”

“Lo riconoscerò. Sono cieco e questo è un fatto. Ma sono vecchio e questo è un altro fatto. Ho trascinato la mia vita in queste fasce, assaggiando con la punta della lingua la polvere delle vecchie creuze, il sapore di ruggine del libeccio dal mare, l’amaro dei capperi in boccio. Conosco tutti qui in paese, le voci, i passi, gli odori. Difficilmente m’inganno quando sento qualcuno che si avvicina dalla strada. Mentre chiacchiero all’angolo, sento arrivare il figlio di Germano da scuola con quei suoi piedi lunghi, che tiran su la polvere; sento il fiato di vino e salsiccia di Beppe il Risaia; mi arriva l’odore rancido di cipolla ammuffita del profumo di Luigin Due di Picche, quando decide di andare a donne il sabato sera o la voce sgraziata della moglie del fornaio che avverte i figli che il pranzo è pronto. Vedo con le orecchie, con il naso, con le mani. Tre sensi contro uno. Alla fine ci ho guadagnato.”


Ci eravamo così messi d’accordo per il sabato seguente. Il reverendo avrebbe procurato la bara, allestito la veglia e mi avrebbe fatto avere un bel gessato grigio, nuovo fiammante, da inaugurare il giorno della mia morte.

Io avrei sparso la notizia per il paese, in piazza, giù al bar, nell’alimentari, al campetto da bocce. Poi il vento l’avrebbe dispersa dovunque. E il ladro, anche lui, l’avrebbe raccolta.

Al venerdì mattina avevo girato per il paese lamentando degli strani dolori al petto e nel pomeriggio non mi ero fatto più vedere in giro. Verso le otto di sera si era già sparsa la voce che ero passato a miglior vita. E qui era intervenuto il reverendo.

Com’era suo compito e rituale, aveva raggiunto rapidamente la casa del defunto. Io avevo già indossato il vestito che mi aveva procurato giorni prima. La cassa l’avevamo nascosta nella vecchia stalla, accanto alla casa. L’avevamo sistemata su un tavolo di legno e io mi ci ero sdraiato dentro canticchiando. Poi avevamo ripassato ancora una volta il piano.

Alle sei del mattino eravamo tutti e due pronti per ricevere visite, il reverendo in piedi e io sdraiato, con appesa al collo una piccola chiave di ferro.


Era passato il giorno e anche la sera senza che il ladro si fosse fatto vivo per tentare di sottrarmi la chiave. Il sole era finalmente tramontato; una dolce frescura aveva avvolto la stanza e anche il ripetersi dei rosari si era fatto un brusio silenzioso. Alle undici, fuori doveva essere ormai buio pesto, avevano cominciato tutti ad andarsene. Al suono della mezzanotte era rimasto solo il reverendo. Gli avevo suggerito di dormire un po’, avremmo fatto a turno. Ma non aveva voluto accettare. Dopo dieci minuti si sentiva il suo russare placido dal fondo della stanza.

Era suonata l’una, poi le due, le tre. Le quattro non le avevo sentite, forse mi ero assopito. Ma all’improvviso avevo avvertito qualcosa che si avvicinava. Il reverendo continuava a russare nell’angolo, perciò il rumore mi era giunto dapprima indistinto. Ma poi ne fui certo: erano passi. Qualcuno era entrato.

I miei sensi erano tesi al massimo. Era giunto il momento, doveva essere lui. Nessun rumore proveniva da fuori, l’alba era ancora lontana. Li sentivo più chiari, passi d’uomo con scarpe pesanti, ma leggeri, leggeri come soffioni che si perdono nell’aria. Ad un certo punto un fremito di brezza mi aveva portato alle narici un odore.

Non un odore qualsiasi, non un odore sconosciuto e ignoto.

Un rancido e familiare odore di cipolla ammuffita.

In quell’istante una mano furtiva aveva toccato il mio petto e raggiunta la chiave, mentre io, con tutta la mia forza, avevo spalancato le fauci e l’avevo azzannata con un morso portentoso.


Adesso la domenica abbiamo la messa suonata. Le zitelle, pie e devote, non hanno rinunciato a cantare, ma il suono dell’organo è potente e le umilia. Io mi beo della musica e, finita la funzione, aspetto il reverendo in sacrestia, beviamo due dita di vino e poi vado a fare due passi con lui nel mio bel gessato grigio.

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