• Antonella Grandicelli

NATO IN VIA SIDNEY SONNINO

di Antonella Grandicelli





Sono nato in via Sidney Sonnino e non è qui che morirò.”

Mentre leggo queste parole, l’autobus, barcollando leggermente come un goffo animale stanco, ha passato la curva di via Paolo Reti, lasciandosi Sampierdarena e il mare alle spalle e sta per imboccare il lungo viale di via Fillak.

Ed è già periferia. Così, quasi a tradimento, senza avvertirti.

Giri una curva e ti infili in una valle lunghissima, accompagnata dal corso di un fiume secco per la maggior parte dell’anno, da cui non uscirai se non per innalzarti su monti ripidi e ossuti. Sampierdarena ha l’aspetto di una marchesa che ha perduto i suoi beni, una nobildonna decaduta, i cui palazzi, eleganti e vetusti forzieri, sono vuoti testimoni di un’epoca di sfarzo che è finita. Ma lo sfarzo c’è stato e Sampierdarena ha avuto per un po’ la vanità di sentirsi centro. Io lo so, ho vissuto quegli anni, ho assaporato l’eccitante sensazione di passaggio sociale, di ascesa. Il passeggio sotto i portici tra gli eleganti negozi, le antiche e rinomate pasticcerie, le pelliccerie lussuose. Di tutto questo, resta la foto in bianco e nero di un’opulenza offuscata, forse rimpianta, ma comunque posseduta. Poi il sipario si chiude sui capitelli anneriti, i marmorei portoni desolati, i chiaroscuri delle volte dei portici. La breve svolta di una curva e l’occhio già si asciuga d’ogni irrequietezza, allungandosi sulla lisca asciutta della Valpolcevera.


Sono nato in via Sidney Sonnino e non è qui che morirò, anche se so che alla fine la mia vita non sarà che un lungo viaggio per tornarci.” Credo di leggere queste parole, ma mi accorgo che le sto recitando, muovendo le labbra in silenzio, come in uno scongiuro, seduto con lo sguardo che va oltre il finestrino, nella fila destra di sedili dell’autobus della linea 7. Le sto recitando perché il viaggio che ho intrapreso mi sembra un po’ un’usurpazione, un’intromissione sacrilega a manomettere un destino occulto e immodificabile e penso che ci sia bisogno di invocare divinità che proteggano coloro che decidono di mutare i destini. Le sto recitando perché non credo alle fatalità, ai disegni cosmici, al profilo disegnato da un giro di tarocchi, io credo ai fatti e un fatto è che tra le infinite vie di questa labirintica città, è proprio in via Sonnino che anch’io sono nato. E leggere queste parole è stato come passare per un istante davanti allo specchio e, attonito, alzare lo sguardo.


Cara Gina, ho vent’anni e voler abbandonare il posto in cui sei nato credo sia d’obbligo come bere dell’olio di fegato di merluzzo per incoraggiare la crescita. A vent’anni anni non puoi amare il posto in cui sei nato, è quasi contro natura, è impedire il movimento in avanti, obbligando la tua vita a flettersi su sé stessa, incistarsi, seccare. E questo ancora di più quando il posto di cui parli è questa periferia, che non è una qualunque, ma è un territorio che non è mai stato centro di nulla, non è mai stata nucleo. Questi erano già margini anche quando un centro non esisteva.”



La grafia è leggibile, anche se puntuta e nervosa, adagiata come un filo spinato a dividere serrati corridoi di spazi bianchi, sorrisi-barriera ben stretti a far sì che i pensieri non si contaminino, non si annacquino per le emozioni che potrebbero infiltrarsi. Perché è una lettera d’addio e in questo genere di lettere le emozioni s’infiltrano sempre, sono insidiose, ti ingannano e modificano senza che tu te ne accorga quello che volevi dire.

Ho trovato questa lettera con sopra il nome di chi era destinato a leggerla, dentro una busta chiusa, infilata tra le pagine di un libro. Un libro tra tanti, sopra una bancarella di usati. Uno scrigno di poco più di duecento pagine ingiallite, che l’ha nascosta e protetta per molti anni. Quando l’ho vista, l’ho subito richiusa tra le pagine, per la paura che il venditore la potesse scorgere, ne potesse captare la presenza, la potesse rivendicare. Istintivo comprare il libro per poterla avere, perché una lettera chiusa è una porta, è un varco che ti attira a sé con una malia da cui è difficile sottrarsi. Istintivo pensare subito al perché potesse essere finita lì, mai recapitata, mai aperta e dunque mai letta; pensare che potesse essere importante, contenere una storia che avrebbe potuto modificare una vita. Ho tenuto a lungo in mano la lettera, l’ho rigirata, tastandola, domandandomi se fosse giusto leggerla, ben sapendo che l’avrei comunque letta. Perché una lettera che cos’è, se non parole che vogliono essere ascoltate?


Cara Gina, sono pronto a muovermi, a lasciarmi dietro queste strade per vederne di nuove. Ma non fraintendermi. Giocare a pallone sul marciapiede, affacciarsi dalla finestra della cucina e contare il numero dei gatti nei cortili stretti fra i palazzi, ascoltare il fruscio del tram lungo la via, prima di infilarsi nell’antro oscuro della galleria per Dinegro, spostare il peso da un piede all’altro aspettando che apra il Ligure per lo spettacolo del pomeriggio, non sono cose che potrò lasciarmi dietro le spalle. So che dovunque andrò cercherò quei suoni, mi zittirò all’improvviso convinto di averli sentiti in altri suoni, per rendermi conto che tutti i tram hanno un fruscio e che tutti i bambini ridono dietro ad un pallone. Ma l’oggi non può essere ieri. Non lo sarà per me, ma lo resterà forse per questo Borghetto che ora lascio.”


Una lunga serie di palazzi grigi, una fila di denti cariati a scortare una via diritta che porta al cuore di una periferia che è sempre stata operaia e forse anche esistenziale; magri, stitici alberi; l’ombra cupa e incombente dell’alto viadotto dell’autostrada a tagliare a metà un cielo lontano: questa è via Fillak oggi. Guardarla non la rende più bella, ma la rende vera. Perché guardandola, a poco a poco gli occhi si abituano come dalla luce al buio e ti accorgi che ci sono panni stesi che sopravanzano terrazzini, vecchie antenne corrose come rami secchi, a captare segnali da un futuro presente, andirivieni di discorsi tra anziani che portano fuori il cane e gioviali badanti ecuadoregne, stretti giardini, silenziosi come cimiteri, assediati dal profumo secco degli idrocarburi combusti, da cui spuntano indomiti gerani sotto lo sguardo ostinato di vecchie massaie.

E dunque via Fillak è vera, perché è ancora viva.

L’autobus prosegue la sua corsa e io proseguo con lui, cercando in ciò che vedo ciò che ho letto, come ho cercato in ciò che ho letto ciò che ricordavo. E all’improvviso, come colto da un impulso, scendo alla prima fermata di via Canepari, la busta stretta tra le mani come un lasciapassare per inoltrarmi al di là del confine di ricordi che sono miei e sono quelli di colui che quella lettera ha scritto, portando i suoi passi lontano da quelle strade molti anni prima che io vi nascessi.


Cara Gina, crescere qui è stato facile perché i sogni e i bisogni ti trascinano, ti allungano le gambe, ti fanno essere adulti con ginocchia da bambino. La domenica a quattordici anni fumavamo sigarette senza filtro e ballavamo il rock’n’roll alle settembrate, facevamo il giro di Certosa con una vecchia Lambretta che ci spartivamo in quattro, gli occhi lucidi per la gioventù e l’aria pungente dell’autunno, inneggiando esaltati alle rare vittorie della Rivarolese. Praticamente un mondo, chiuso ai suoi quattro angoli come il fazzoletto di un massacan, ma la voglia di respirare i sogni americani visti al cine ci si infiltrava nelle ossa e le faceva vibrare come la freccia che cerca il bersaglio.”

La mia memoria conosce questi marciapiedi e vi cerca un paesaggio come fosse una foto d’annata; ricerca odori di farinata, di fritti di baccalà, di tripperie, odori perduti. Adesso lo spiedo succulento del kebab gira su sé stesso e si mette in mostra, lucido e sensuale come la danza di una baiadera. Il mondo è filtrato fino qui, sfrigolando come grasso sul fuoco, lasciando striature d’unto e poco altro. Eppure non stona, perché in periferia gli odori sono sempre più forti, più intensi, costruiscono e mescolano identità, come facevano i cognomi sulla porta di casa, da sempre mobili, fluidi, perché da qui la gente ha sempre aspirato ad andarsene, magari anche solo sull’altura della collina, e altra gente a prenderne il posto.

Risalgo via Jori e ricerco i negozi delle pettinatrici con i grandi caschi trasparenti, le cotonature, le permanenti; ricerco le drogherie, con le caramelle nelle arbanelle, le palline di naftalina, il sapone di Marsiglia; ricerco i besagnini, i macellai, le mercerie. Li cerco tutti nella mia mente, negli anni in cui ero bambino, perché tutto questo è quasi sparito, rosicchiato pezzo a pezzo dall’omologazione, dal commercio in catene.


Cara Gina, finita la guerra, ogni sogno qui ci è sembrato possibile. Riaprire le balere, mangiare il pollo la domenica, lavorare nelle fabbriche per comprarci una Cinquecento a rate. Qui le fabbriche non mancano, le hanno radunate tutte in fila lungo le sponde del Polcevera, come tanti soldati a scortare i sogni di questo paese che vuole impegnare le mani nella ricostruzione di sé stesso e della sua dignità, annerita dalla fuliggine dei bombardamenti. E i sogni allargano le strade, fanno sembrare tutto più facile, più vicino. E a quelle strade ne attaccano altre, per un tragitto che non sai dove ti porta finché non ci arrivi. E io sono già in viaggio mentre ti sto scrivendo. O forse è il viaggio che era in me già da un po’ e io non lo sapevo ancora.”


Dalla strada arrivano i rumori di un traffico usuale, senza toni distinti, che copre il suono delle voci dei bambini nei giardinetti vicini al castello Foltzer, dove anch’io ho giocato giochi che non ricordo. Sono in via Sonnino, cammino tra i muri dei palazzi, leggo scritte graffite di amori probabilmente già dimenticati, alzo lo sguardo e conto quattro, cinque, sei piani, affacciati sulla ferrovia, sui capannoni abbandonati delle vecchie officine, sul greto secco del fiume. La via dietro è silenziosa, un altro mondo, chissà forse un altro tempo. Ho solo un nome sulla busta, troppo poco per trovare qualcuno, troppo poco per travestirmi da destino. Ma tento, perché mi piace camminare sul filo di questi miei ricordi, come un funambolo che può cadere o attraversare il cielo senza pagare il pegno di regalargli un’ombra.


Cara Gina, non siamo mai quelli che vorremmo essere. Cerchiamo sempre nuove forme in cui mutarci, nuovi nomi da indossare come pelli di serpente, perché nascere una volta sola non ci basta mai. Mi mancheranno le rive strette del Torbella, i suoi greti pietrosi, i pomeriggi spesi a grattugiarci le ginocchia tentando di prendere bisce fluide e sfuggenti, inorriditi e sedotti dall’idea di averle tra le mani, per un attimo, e poi stupiti nel vederle irriderci nel guizzo metallico della fuga. Mi mancherà il sole opaco che dipinge d’inutilità le croste di questi muri, le storie che avrei voluto scrivere e che probabilmente hanno scritto me. Perché più preparo il passo verso il mondo fuori, più questo che voglio lasciare mi sembra enorme, infinito, dilatato in ogni risata che ho stremato, in ogni portone che ho varcato. Sono pronto a partire, cara Gina, lo so perché ho già cominciato a nutrire la mia nostalgia. Sono pronto a partire e mi tremano i polsi. Non è la paura di andare, no. E’ la paura di accorgermi di amare davvero ciò che mi guarderà andare via.”


Leggo i nomi scritti sulle vecchie cassette della posta che il tempo ha scurito. Nessuno di loro mi è famigliare, nessuno mi suscita ricordi. Alcuni sono ancora scritti a mano, altri impressi in rilievo su strisce di plastica adesive, uno addirittura inciso su una targhetta in ottone. I fori delle viti sono laschi a testimoniare che spesso gli inquilini sono cambiati. Li leggo tutti quei nomi, con l’ansia del padre che attende il vagito del figlio fuori dalla porta, perché ad ogni cassetta che supero più esigua si fa la speranza che la persona che cerco sia ancora qui in questo quartiere, sia ancora qui in questo mondo. Li passo in rassegna tutti, arrivo al 12, ritorno indietro, li rileggo. Ma il nome che cerco non c’è. Le braccia mi scendono lungo i fianchi, spossate dalla delusione. Alzo lo sguardo sulle scale strette, strettissime, i gradini alti, di un marmo consunto picchiettato di macchie gialle. La cassetta della posta di uno degli appartamenti del sesto piano ha un solo nome, scritto con una calligrafia ordinata. Decido di affrontare le scale e di affondare il coltello dritto nella pancia della mia delusione. Voglio essere io a vincere.


Cara Gina, c’è ormai quasi luce. Mi accorgo di non avere dormito, ma di aver speso quest’ultima notte per scriverti quello che sono e che cosa ha fatto sì che lo fossi. La luce che a poco a poco filtra dalle stecche delle persiane annienta con spavalderia il fioco lumino davanti alla Madonna della Guardia. Devo chiudere questo foglio senza farti piangere, rassicurandoti sul mio destino e sul tuo. E lo farei, se fuori ancora ci fosse buio, se non avessi aperto la finestra su questa via Sonnino che riprende il suo respiro fatto di passi, di porte che si aprono e si chiudono, di saluti frettolosi e rattrappiti dal sonno, del suono delle sirene delle fabbriche che risale il fiume, di occhi ancora umidi di notte mentre aspettano il tram, di mani sui manubri delle biciclette, di odori di latte che brucia sul fornello del gas, di panini con la pasqualina impacchettati nella carta straccia per mezzogiorno. Lo farei, sì, se fuori ancora ci fosse buio e non potessi vedere questo Borghetto che si sveglia dentro i miei occhi.”


La porta del numero 12 me l’ha aperta una grande matrona dall'accento che sa di ferro. Mi chiede chi cerco, è sospettosa. Le scale ripide e strette mi hanno lasciato un principio di fiato corto, che rende la mia voce un po’ asfittica. Cerco di spiegarle della lettera, ma mi accorgo che questa fantasia non è per lei, donna dalla concretezza caucasica. Allora passo al dunque e le chiedo della Gina. E si illumina. Certo, la Gina è lì, sta guardando la televisione nell'altra stanza. Entro circospetto come se fossi in una cattedrale. L’ingresso alla genovese con i pavimenti di linoleum, ninnoli sparsi ovunque e, in un angolo, una piccola effigie della Madonna della Guardia con sotto un lumino acceso.

La Gina si era un po’ assopita, ma si sveglia non appena entro nella sua camera. Ho la lettera in mano ma non so come dirglielo. E’ una vecchina coi capelli radi e bianchi, gli occhietti piccoli come due punte di spillo, acquosi e velati. Non faccio fatica a farmi raccontare della sua vita, come per tutti i vecchi, il ricordo è l’unica delizia che regala il giorno. E mi racconta dell’infanzia, della scuola, del lavoro in una fabbrica di vestiti per bambini a Pontedecimo; mi racconta del marito e dei figli, di una vita comune a molti. Ma io sono arrivato fin lì perché ho parole che sono state scritte per lei e lei non ha mai letto e sento che devono chiudere un cerchio. La persona che le ha scritte aveva deciso di lasciare questi luoghi, aveva deciso di dirle perché e lei ha diritto di saperlo, anche se forse vecchi dolori potrebbero riaccendersi.

Le mostro la lettera, le dico che è per lei, che arriva da lontano. Gliela leggo, piano, a voce calma. Lei ascolta tutto, tace, non mi interrompe. Quando ho finito, alza gli occhi acquosi su di me e mi dice: “Non è mai partito. Non è mai andato via. Abbiamo speso questa vita insieme, fino all'ultimo, su queste strade, fino all'ultimo vivendo insieme in via Sonnino.”

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