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Quattro giorni (MiraggiNK): la graphic novel di Marco D'Aponte e Andrea B.Nardi

Da un romanzo di Marino Magliani


di Francesco Improta


Confesso, non senza un pizzico di vergogna, di non aver mai apprezzato abbastanza i fumetti, neppure da adolescente, la lettura, però, di Quattro giorni (MiraggInK, 15 €) mi ha fatto ricredere completamente, aprendomi nuovi e suggestivi scenari. Si tratta di un vero gioiello, lavorato con amore, perizia e certosina pazienza, prima da Andrea B. Nardi che ha sceneggiato un romanzo complesso, ricco di implicazioni e di sfumature, come Quattro giorni per non morire di Marino Magliani e poi illustrato con tecnica sopraffina dalla matita di Marco D’Aponte che ha dalla sua una lunga esperienza di graphic novel, basti pensare all’art book Nuvolari e al Pereira di Tabucchi, sceneggiato dallo stesso Magliani. Come dice testual­mente Dario Voltolini nella sua preziosa prefazione il romanzo di Magliani, non diversamente dalla graphic novel, che, come vedremo, è un miracolo di equilibrio e di sobrietà, non può essere riassunto e infatti Voltolini si limita a sottolineare la qualità e lo spessore di un’amicizia – quella tra lui e l’autore - nata da queste pagine e la ligusticità di uno scrittore che ha la Liguria nelle vene, che ne beve a sorsi la terra per parafrasare il titolo di un bel libro di Heinrich Böll e che pur vivendo ormai lontano, dopo aver viaggiato molto soprat­tutto nell’America latina, non può fare a meno di ritornare periodicamente nella vallata dove è nato tra gli angusti carruggi, i muri a secco e gli uliveti così mirabilmente disegnati da D’Aponte che ne ha colto la fiera tristezza e desolazione in cui si riverbera la sofferta umanità dei suoi abitanti, tagliati nella roccia, mortificati dalla fatica e dagli stenti che caratterizzano la loro magra esistenza. Una terra ingrata ma affa­scinante, incorniciata dal mare e da una spalliera di monti, che seduce abitanti, turisti e lettori. Anche il protagonista di Quattro giorni, Gregorio Sanderi, allontanatosi in giovane età, in compagnia dell’amico d’infanzia, Leo Ronchino, per inseguire un sogno, per trovare tracce delle civiltà precolombiane nell’America centro meridionale, e per sottrarsi all’at­mosfera grigia e asfittica dell’entroterra ligure, finisce per ritornare a casa, anche se a richiamarlo è la morte della madre, la cui notizia lo aveva raggiunto a Regina Coeli dove scontava una pena per traffico di stupe­facenti. A testimoniare la profonda amicizia che legava Gregorio a Leo e la loro irrequietezza giovanile valga il seguente passo:

Giorni belli ne abbiamo vissuti tanti insieme. Giorni che passavano nelle vene senza veleno, giorni in cui da bambini, con Colibrì (soprannome di Gregorio) si poteva scappare, scalare le terrazze e perdersi negli uliveti, per non sentirsi, già allora, inseguiti dalla morte.

Quella morte che incombe come un drappo funereo non solo sui pro­tagonisti ma sull’intera vallata, come iconicamente si nota da alcuni sfondi neri, dai colori cupi delle costruzioni, delle nuvole e delle espressioni dei personaggi, penso al presentimento di Anselmo che rivolgendosi a Gregorio dice testualmente: Quando tornerai io sarò per altre cantine”. Ed è sempre Anselmo che quando Gregorio, a bordo di una sgangherata Vespa, si allontana definitivamente dal paese dice fra sé:

Due anni e passa… Quando torni non mi ci trovi più, sono stanco… Ah!... uelli che non sono venuti al mondo non si sono persi niente” Quelli che non sono venuti al mondo non si sono persi niente.”

Di pessimismo, rassegnazione e fatalismo sono materiati i personaggi di Magliani, curvi sotto il peso di un’angoscia incombente. La morte poi è l’inseparabile compagna di Gregorio, la cui vita è funestata dalla prematura scomparsa della madre, figura accarezzata con trepida commozione, dalla guardia uccisa durante un’evasione, forse da lui anche se non si saprà mai con certezza, e da una forma rara di malaria contratta in Guatemala, che non si riesce a debellare per cui Gregorio sembra avere i giorni contati (da qui il titolo del romanzo, Quattro giorni per non morire) e infine dalla droga con il suo carico di veleno e di distruzione.

A fare però da contraltare a questo mondo listato a lutto si affacciano il sogno, l’amore e l’amicizia, i colori, allora, si fanno più chiari, il tratto meno marcato e una sorta di leggerezza aleggia nell’aria, come nel volo del colibrì che rimane sospeso vicino al fiore. La matita stessa di Marco D’Aponte che aveva scavato nelle fattezze e nelle espressioni dei personaggi per coglierne le emozioni e i sentimenti, il ritmo compassato e la scarnificata sobrietà sembra muoversi più agile e leggera, assecon­dando per­fettamente la riduzione a sceneggiatura operata con notevole maestria e sensibilità da Andrea B. Nardi, che ha saputo cogliere l’essenza della narrazione senza sacrificare momenti drammaturgicamente salienti e alcuni riferimenti e reminiscenze letterarie come l’amore di Magliani per Francesco Biamonti di cui viene riportata una intera frase e il debito nei confronti di un altro modello non meno significativo, Cesare Pavese, da cui riprende il tema del viaggio (mi riferisco a ciò che Gregorio dice quando ricorda il suo congedo dalla madre in campagna: Allora credevo che un uomo si realizzasse solo partendo e sempre da Pavese sembra discendere la delusione che lo assale quando ritorna nella sua vallata e si accorge che il mondo della memoria non esiste più o è radicalmente cambiato ed è allora che Gregorio, nome tipicamente biamontiano, non diversamente da Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, capisce che partire vuol dire andarsene, crescere, veder morire e morire. Rimane però – e non è consolazione da poco - la convinzione che il vero sogno era stato di avere un sogno, di aver coltivato un progetto o una semplice idea di evasione e di libertà. Il debito maggiore, comunque, a mio avviso, è nei confronti di Francesco Biamonti, ligure dell’entroterra come Magliani, la cui scrittura brilla di un arido lirismo come risulta dalla frase riportata integralmente. Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature”, e sono convinto che questa sia la conclusione migliore per un romanzo a fumetti da non perdere.

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