• Antonella Grandicelli

QUELL’ATTRICE, CHE TROMBONA!

di Laura Guglielmi

Faccio una premessa, questo racconto è liberamente tratto da un pomeriggio e una serata trascorsi con quella gran donna che era Anna Proclemer: ho inventato molte cose sulla sua vita ma non l'essenza di quell'incontro. L'ho scritto 24 anni fa, ne è passata di acqua sotto i ponti, ma sono contenta di riportar alla luce del sole quel ricordo per Themeltingpop

Quell'attrice, una trombona. Che palle intervistarla! Sarà piena di pose, avrà una voce impostata, la bocca impastata, il cervello impestato. Ho ancora un'ora prima d'incontrarla nell'albergo di lusso dove soggiorna. A lunghe e veloci falcate percorro vico Boccanegra, sbuco in via Garibaldi, corro dal giornalaio della Meridiana e compro il giornale. Lo sfoglio con avidità, ma il mio ultimo articolo non è uscito neanche oggi. Sarà merito della bellissima giornata furbina però me ne frego proprio: uscirà quando uscirà. È uno di quei pomeriggi invernali in cui la luce nitida e di ghiaccio buca il groviglio di cornicioni e grondaie, entra nel buio dei vicoli sghignazzando e scende perpendicolare alle facciate, donandosi senza ritegno. In piazza Fontane Marose la gente sembra litigare con l'aria mentre cammina. Sono in anticipo e prendo una strada pedonale che va in salita, un passo dietro l'altro, curiosando con lo sguardo nei giardini ben tenuti, scalino dopo scalino, giungo sulla terrazza di Castelletto che mi permette di vederla tutta laggiù la città con i suoi affanni, le sue bolge sugli autobus, le sue banchine vuote. Sotto c'è la città vecchia. Eccolo il mio terrazzino con il tappeto fuori a prendere aria, le tegole sconnesse, l'antenna che sta per precipitare nel vicolo. Dietro al grattacielo c'è casa di Barbara, la mia compagna di studi; là sulla destra l'università, da quassù ha un aspetto meno tetro. Non si sente rumore, solo un brusio indistinto. Cerco di rintracciare i percorsi quotidiani, le strade note, le piccole piazze, tutto è più rassicurante quando non si fa parte del gioco. Riprendo a camminare lungo i viali che cingono la città dall'alto. Ogni passo una prospettiva diversa. Mi siedo su una panchina e apro il giornale. Passa un tossico, è sbucato da una scalinata, e mi chiede se ho una pinzetta perché camminando ha calpestato un ago che gli si è conficcato nelle scarpe da ginnastica. È quasi l'ora dell'intervista, meglio non fare aspettare l'attrice, meglio schizzare via. Imbocco una discesa dissestata, oltrepasso un mucchietto di siringhe in punta di piedi e continuo a scendere. All'improvviso, eccomi di nuovo a nuotare tra motorini e macchine assordanti, vecchie signore inacidite, bambini che sciamano via da scuola urlando. Arrivo in piazza Corvetto, il vecchio curvo che chiede l'elemosina nel sottopassaggio sembra ancora più stanco oggi. Passo accanto ai teatri correndo e raggiungo l'albergo. Spingo la porta e mi presento al portiere: "La signora ha detto di aspettarla per due minuti", dice lui dietro i suoi galloni, "si accomodi pure al bar". Ecco, ci siamo, mi toccherà stare in quest'albergo fino a stasera.

Mi siedo a un tavolino e mi sfilo il piumone. Tutte le signore in sala hanno la pelliccia sulla seggiola. Ecco la lista e i suoi prezzi imprendibili che schizzano via in tutte le direzioni. Armata di sorriso la cameriera passa all'attacco: "Desidera qualcosa?"

"No, grazie, aspetto qualcuno". Speriamo sia l'attrice a offrirmi da bere, se mai arriverà. E se l'attrice bevesse e lasciasse pagare a me? La gente pensa che i giornalisti siano sempre ricchi. Vallo a spiegare che non è più così. Mi alzo alla ricerca di un attaccapanni per nascondere quest'ingombrante piumone azzurro e intravedo l'attrice che combatte con la porta girevole. Ora sta salendo le scale e mi riconosce subito, lì in mezzo al locale, con il piumone in mano: si vede che ho l'aureola. Mi porge la mano mentre faccio saltare il giaccone sul braccio sinistro. La cameriera per fortuna capisce e mi libera dall'impiccio.

"Mi scusi, ma ho portato il cane a far pipì", esordisce l'attrice.

Ci siamo è la classica vecchia isterica col barboncino al seguito. Appena ci sediamo inizia a parlare di questo terribile pomeriggio di fine inverno, fa un freddo cane, tagliente, di quello che ti fa a fettine. Ordina da bere, prende una vodka liscia. Anch'io vorrei una vodka o per lo meno un Martini, ma chiedo un tè. "Beve anche lei?", s'informa l'attrice. "Tè al limone, grazie". Parla dello spettacolo della sera prima e poi sbotta: "Fra mezz'ora ho un impegno". Vuole tagliar corto, lo sapevo che sarebbe stata un osso duro, l'attrice trombona.

Tiro subito fuori il registratore. Le devo fare un'intervista sul marito attore morto da poco. Arriva il cameriere con vodka e tè: "Li metta sul conto della camera". È andata bene! Avrei potuta berla anch'io la vodka, accidenti. Però, l'attrice ultrasettantenne che si spara una vodka così a metà pomeriggio! Non corro nessun rischio allora. Potrò arrivare anch'io a settant'anni con l'alcool che trangugio, non farò la fine di Nicholas Cage in "Via da Las Vegas".

L'attrice inizia raccontando di quelle sere, verso la fine degli anni Quaranta quando, dopo il teatro, si ritrovava con il marito a urlare canzoni jazz per le strade buie e nebbiose di Milano. Una sera la polizia li stava per portare in prigione. Tace per un attimo assorta: penso stia meditando. Dopo un po' sbotta: "Mi faccia delle domande, se no io non so che dire".

Ed ecco che faccio un'altra domanda e lei continua, racconta del rapporto che aveva con il marito attore, di quanto avesse soggezione di quell'uomo più vecchio di lei. È concisa, breve, un po' aggressiva. Critica quella parola che ho appena usato: "Personaggio, mio Dio, che orribile parola. Sono tutti personaggi, oggi. Sì che era un personaggio mio marito nel suo ambiente, ma non era certo un Pippo Baudo".

Per anni lei e i suoi amici hanno sfottuto i salotti letterari dell'aristocrazia romana. Li frequentavano la domenica, ma con la puzza sotto al naso. "Ma ci fossero oggi! Ci fossero delle cose così!", continua l'attrice. Le dispiace di non aver vissuto quei momenti con più attenzione. Niente le pareva straordinario. E invece lo era: oggi se ne rende conto.

Ora parla di nuovo del marito, un uomo all'antica con le sue bombette, con le sue pagliette, il suo bastone. Lo faceva per omaggiare la borghesia elegante, per contrastare il vitalismo fascista, tutti muscoli e torsi nudi. "Era un po' come Thomas Mann", dice.

"Senta", urla l'attrice al cameriere. Lui non la sente. "Scusi", ripete con il suo squillante accento romano. Arriva. "Ne vorrei un'altra, ma vorrei anche qualcosina da mangiare. Ecco, quelle lì! Sì, le patatine, quelle lì che croccano".

Ora si rivolge a me, mettendomi a fuoco forse per la prima volta: "Non ho mangiato oggi, sa? Sono a digiuno. Ho bevuto solo un caffelatte. Sono andata lì, in quel bar meraviglioso", continua con gli occhi chiusi, "che c'è qui sulla piazza. Ho sorseggiato un cappuccino con due cornetti caldi. Una bontà! In quel bar così elegante con la saletta intitolata a Pertini. Sì, quello era un uomo come si deve. Mi immaginavo che fosse lì, seduto con me. Come si chiama più quel bar?"

"Mangini?"

"Ecco, sì. Mangini. Fra un po' devo telefonare al dentista. Io mi ricordo in questa città un famoso ristorante. La Santa. Lo conosce lei?"

"C'è ancora?", domando.

"Credo che non ci sia più", dice l'attrice, accorgendosi della differenza di età, "Era giù in fondo ai carruggi, un posto dove non si arrivava mai. Il cuoco faceva cose di una raffinatezza che oggi non si trovano più. Faceva un piccolo risotto, con una conchina in mezzo, dove metteva il sugo, ottenuto con la spremitura di un filetto. Per dirti di roba che proprio non c'è più. E poi le frittelle impanate e fritte con la besciamella erano meravigliose. Era stato il cuoco di casa Savoia... Se aspetta un attimo mi ricordo anche il nome del carruggio... Aspetti... Mi aiuti..."

"Via degli Orefici?"

"No, no. Non mi confonda... vico... vico...", e mi fissa con gli occhioni truccati d'azzurro. Arriva il cameriere con un vassoio: "No queste non le voglio. Voglio un po' di quei croccantini lì, patatine", dice perentoria.

"Subito, signora"

"Ragazzi, qui ne date talmente poca di vodka che una per forza deve berne due". L'attrice tace per un attimo, vorrei proseguire l'intervista, ma preferisco lasciare alla vecchia signora le redini del gioco.

"Vico... vico Indoratori, ha visto che me lo sono ricordato? Questa vecchia carcassa ha ancora un po' di memoria. ... Allora che dicevamo? Non mi ricordo"

"Stavamo parlando di come suo marito..."

"E questo che sarà?", chiede l'attrice, rimirando una tartina, "Che aria strana! Proviamolo."

Una pausa di silenzio: ho paura che l'attrice sbotti di nuovo.

"Non credo si fosse rincoglionito da vecchio, come hanno detto in tanti. Ma sa, ad una certa età, molto solo, dopo che c'eravamo lasciati, aveva bisogno di un po' di calore. Di una donna giovane. Lei lo riscaldava un po', lo lusingava", e butta un'altra patatina, "È una persona che non mi piace quella lì. Mi sembra fasulla. Amore, Chicco, ti stai accartocciando tutto sui miei piedi!, dice al cane e continua, "Era alla ricerca di un sensazionalismo anche interessato. Una donna che non mi piace", e inghiotte una tartina.

Tra vodke, stuzzichini e sigarette, l'attrice sta improvvisando un piccolo spettacolo solo per me, impalata lì, su quella seggiola, con la mia intervista da fare. Vorrei fumare da mezz'ora, ma in quella posizione, con il braccio proteso e il microfono in mano, non riesco neanche a cercare l'accendino. Poso il microfono e afferro l'accendino dell'attrice che, di sigarette, se n'è già fumate tre.

"Oh, no!", urla. Tutti si voltano, anche due signore inglesi sedute nell'angolo in fondo. "CHE DOLORE!!! CHE DOLORE! Ho rovesciato la vodka. Porca miseria"

"Per fortuna che era poca!", ribatto.

Arriva il cameriere trafelato.

"Me ne porti un'altra per favore, che questa è andata", chiede l'attrice.

Spero che la offra anche a me, ma ormai, con questo tè al limone, mi sono sputtanata. "Cinque minuti e poi telefono al dentista", ribadisce l'attrice mentre si pulisce il polso con un fazzoletto di seta.

"Avrei potuto raccontarti tante balle in questa intervista per farmi bella, sai? Dire cose inventate su tante persone famose che ho conosciuto. Di amanti mai esistiti. Tanto sono tutti morti. Sì, mi ricordo, Pertini mi baciò da Mangini", e scoppia a ridere, divertita, mentre fa crocchiare la patatina in bocca.

"Non sono alla ricerca di queste cose", dico ridendo. Come vorrei essere anch'io alla seconda vodka per uscire dal mio stupido ruolo.

"Ormai il mondo è fatto di opinionisti. Tutti sanno tutto. Io non ho da dire niente su nessuno. Non so nulla. Non voglio sapere nulla", ribatte l'attrice.

"Mi immagino che la chiamino anche per sapere cosa pensa degli incidenti stradali fuori dalle discoteche o dei giovani che fumano gli spinelli..."

"Non gli rispondo. Su tutto devi avere un'opinione. Quando è stato? Che s'è anche incazzata, quella. Una di Repubblica. Volevano chiedermi una cosa su Stefanie di Monaco. Dico: senta per favore. Io non rispondo. Abbia pazienza. Ho più di settant'anni e mi sono rotta i coglioni. Queste cose qui non le faccio più. No?"

"Certo"

"Ti dovresti soffermare a pensare. Se no dici la prima cosa che ti passa per la testa, una banalità. Non lo so: essendo una principessa poteva sposarsi un principe. È simpatica. È una bella troia. Stupidaggini di questo genere puoi dire. E il pubblico sarà mai così avido di sapere cosa ne penso io di Stefanie di Monaco? Poco fa, in camera, ho visto la Marta Flavi. Discuteva se era possibile amare due persone contemporaneamente. Quell'altro parlava della fedeltà. Tutto per temi universali su cui bisognerebbe scrivere volumi o per lo meno meditare. Non è possibile!", si accende la quarta sigaretta, "Il massimo è Alberoni, il filosofo! Ragazzi, non è possibile! Non se ne può più. Io non leggo più niente. Vado rileggendo gli antichi"

"Comunque qua e là si scoprono ancora persone intelligenti, anche della mia generazione"

"Ma perbacco. Ma come no! Ma certo!"

"Persone che ..."

"Su tutto, hanno opinioni su tutto. Loro dove li tocchi, pum, e spunta l'opinione. Io non sopporto quasi niente del mondo di oggi e in particolare del nostro paese. Penso che la situazione sia atroce", sentenzia con gli occhioni persi nel vuoto facendo sbattere le ciglia finte.

"Comunque si sono scompaginati degli equilibri..."

"Meno male. Sì. Però anche tra quelli che uno deve sostenere come farò io, non vedi questi fari, eh? Fra l'uno e l'altro, dico, son proprio... Hai visto chi si è presentato per il Polo? Lo sai?"

"Sì, lo so... Ma non è sempre stato di destra?"

"Ma no! Lui ha aderito, da giovane, alla Repubblica Sociale. Quello lo capisco, quella è una cosa che comprendo perché un giovane così ... anche infatuato ... Lo si può scusare ... Ma oggi, è da pazzi. Non stai mica registrando. Per favore ...". L'attrice ormai è irrefrenabile, una valanga in piena. Non si ferma più. Mi parla male di questo e di quell'altro, dei suoi colleghi, dei politici che conosce. E poi comincia a raccontarmi di quella manifestazione, una giornata di pioggia, sei ore per la strada a urlare slogan con i piedi fradici. Voleva a tutti i costi esserci, testimoniare. "La giornata più bella della mia vita". A settant'anni la giornata più bella della sua vita? Ormai sono stravaccata, scomposta, a mio agio, sulla poltroncina, chiamo il cameriere e ordino una vodka, due vodke e poi altre due. Ci rimpinziamo di patatine, croccantini, tartine, così, davanti al grande specchio del bar.

"Sai che mi sei proprio simpatica?", dice forte l'attrice sghignazzando e mi tira una pacca sulla coscia da lasciarci il segno delle cinque dita, mentre le signore inglesi ci fissano.

"Perché non andiamo insieme dalla Santa, vuoi?", le chiedo.

"Nei vicoli, a quest'ora? Alla mia età? Certo che ci vengo. Con te non ho mica paura. Semmai facciamo finta di essere due baldracche. Poi Chicco è proprio il tipico cane da vecchia puttana in pensione, no?"

Usciamo barcollando nella sera ghiacciata, le auto urlano, ma quando raggiungiamo il buio dei vicoli tutto tace. L'attrice mi ha preso a braccetto e si è appesa al mio gomito per non cadere dai tacchi. Ho pochi soldi in tasca, ma chissenefrega, pagherà chi pagherà.

LAURA GUGLIELMI è nata a Sanremo ma vive a Genova, dopo aver trascorso alcuni anni a Roma e a Londra. Ha lavorato per le pagine culturali de «Il Secolo XIX» e per diciassette anni ha diretto il web magazine www.mentelocale.it. Inoltre ha collaborato con Radiorai, «D di Repubblica» e «Tuttolibri - La Stampa». Ora è direttore artistico di un Festival Letterario ed è docente universitaria. Ha curato una mostra su Italo Calvino e il suo paesaggio originario, che è approdata anche alla New York University. Suoi racconti sono usciti su antologie e riviste e cura il blog www.lauraguglielmi.it. La Newton Compton ha pubblicato Le incredibili curiosità di Genova.

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