• Antonella Grandicelli

Romanzi scritti in estate

di Antonella Grandicelli




Erano i tempi della scrittura liquida, quando il calore scioglieva gli intonaci delle case, mischiando i colori in un impasto prima variegato, screziato e poi omogeneo, arrivando a quel tono di grigio a cui tutto tende una volta sfaldato. La calura opprimente costringeva a quell’immobilità che sa tanto di morte senza però il vantaggio della preveggenza tipica di chi abita l’al di là. Tutti occupavano una posizione statica nella speranza che il sudore colloso smettesse di fluire e di coagularsi ai loro piedi in pozze profonde come gli abissi delle notti novilune; tutti respiravano lentamente, quasi di nascosto, per ingannare quel mostro rovente e farsi credere morti, rozzi simulacri di uccelli imbalsamati.


Quasi sempre avveniva la domenica, giorno della festa, consacrato al riposo e all’ozio, al pasto abbondante consumato con lentezza fino alle tre del pomeriggio, innaffiato da vini rubini e spessi, bevuti in piccoli bicchieri di vetro. Non nei giorni dedicati al lavoro operoso, quando il mattino sospingeva con gesto severo verso il doveroso produrre, moltiplicava le ore, i minuti, le parole da ricordare in un espandersi magmatico, prolifico, in una partenogenesi bulimica di azioni e citazioni, di concrezioni stratificate che conducevano a sera, lasciandoci sulla rena di una sopraggiunta notte inerti nel corpo e pullulanti di fosforescenti intermittenze verbose ad agitare brevi sonni.

La domenica tutto si interrompeva, lo si sentiva già nelle ore che precedevano l’alba quando, in una breve illusione di frescura, gli uccelli rivaleggiavano in gorgheggi feroci e incontrollati, preannunciando l’umidità diurna. L’obbligo del riposo confondeva la mente, che, schiacciata, compressa, ingozzata durante la settimana, si trovava per precetto a doversi abbandonare alla vastità ininterrotta del tempo libero.


Sopraggiunto il risveglio, la verità atroce si palesava già nella difficoltà ad aprire gli occhi, incollati, appiccicosi e riluttanti. Il calore si era già diffuso in tutte le stanze, come una nebbia invisibile e falsamente odorosa di giardini oleosi, occupava ogni anfratto, sotto il letto, nell’armadio, dentro le tazzine del caffè, tra le pagine ingiallite dei giornali non letti, sopra i ritratti delle Vergini, negli incavi dei muri, tra le piastrelle del cortile, disseccando gli spinosi fili d’erba ingiallita.

Invadeva il giorno sommergendo tutto, inzuppando di sudore il desiderio di rivalsa e la rivendicazione estremistica alla felicità, incattivendo le file di formiche feroci che transitavano incorruttibili verso la cucina, fiaccando ogni ridicolo tentativo di reazione come bagnarsi le tempie o fare un pediluvio gelato.

Non restava che arrendersi, abbandonarsi a quella deriva rovente, non opporre alcuna resistenza, slegare le braccia e le gambe dal corpo per renderlo meno pesante, lasciarsi fluttuare inerti in quell’immobilità ascetica, liberare i pori da ogni pensiero di difesa, aprirli anzi alla fuoriuscita di pensieri, lasciarli sgorgare come gelatina umida, purificarsi quasi, da quella massa pesante e ostinata che aveva invaso la mente e non riusciva più a uscire.


Immobili e liberi, immersi nella domenica arroventata, la mente ora come una pianura infinita dove far correre fragili neonati pensieri senza logica alcuna, privi di importanza, di senso, di giustificazioni e conseguenze; pensieri dall’anima senza peccato, dai nomi limpidi e insignificanti, che possono trasformarsi rapidamente in sensazioni deboli o morire senza causa di pianto o rancore; pensieri dai nomi incoerenti, che possono essere mille come i girini nell’acqua verde, sacrificabili e importantissimi, che guizzano via veloci nell’istante improvviso in cui un nuovo pensiero appare, flebili come astri lontanissimi, materia di verità assoluta che si dissolve senza dare risposte. Questo era il pomeriggio, non aveva storia né identità assolute, solo un immobile vagare in terre desolate e interne, dove il vuoto era culla e il tempo infinito racchiuso nei confini della pelle.


E poi la pioggia, improvvisa e attesa, rovesciata da gonfie nuvole nere, scricchiava fuori sulla terra come crepitio di faville. Una pioggia calda e grassa, oleosa, densa e pesante, che disegnava lunghe file di segni nella polvere perfettamente distanziati. Nessun refrigerio a mitigare la calura, nessun refolo fresco ad accompagnarla, già asciutta prima di toccare il suolo, apparizione inutile senza promesse né salvezza. Pochi istanti in cui il silenzio di gesso veniva interrotto da brevi stilettate, sommesso roboare di tuoni vicinissimi e già lontani, preannuncio di tempeste mai avvenute, contratte in se stesse, risucchiate istantaneamente nel loro apparire, mugghiare sfinito di tori celesti, invano tese allo spasimo le grigie catene di cenere della loro prigionia, incapaci di liberarsi se non in un rapido e arido pianto. La pioggia finiva, trascinandosi dietro il pomeriggio.


Nella sera, immota e asciutta di speranze, il calore non indeboliva la sua morsa, ma la notte era nera e la mancanza di luce accecava anche il delirio diurno. L’aria greve sosteneva nuovi pensieri appena sorti, puri, ancora rozzi, all’inizio del loro viaggio, leggeri come piume di una muta. Era il momento in cui la bellezza a volte si prende gioco di noi e appare un istante tra le pieghe bianche di un foglio, una scrittura liquida si disperde, cola sulle pagine intonse, si mescola senza direzioni volute o imposte, sgocciola via come un latte denso, lasciando segni meravigliosi e incomprensibili, padroni loro e non noi di dare un senso a quel loro fluire, crudeli e belli come il riso di un bambino, inutili e elettrizzanti, vivi e già lontani, inafferrabili.

Poi chiudevamo i quaderni, confusi da tanto splendore, intontiti da quell’essere stati liberi senza coscienza, raccoglievamo le membra tra lenzuola già umide di sogni incompiuti e abbandonavamo quel giorno, totalmente dimentichi che solo la domenica era permesso consumarsi fino ad essere nuovi. Al risveglio, attendevano i soliti, composti rituali.

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