• Arianna Destito

Rosanna Maffeo: quando l'arte ha lo sguardo azzurro

di Arianna Destito


Rosanna mi accoglie nella penombra del suo studio immerso nel blu cobalto. La poltroncina, il tavolo da lavoro, le mensole, la lampada, tutto gioca su sfumature dell’azzurro. L’effetto è un’atmosfera suggestiva, quasi come essere in un mondo parallelo, una stanza delle meraviglie. Del resto, è quello che succede una volta entrati dentro casa sua: quadri dai colori accesi e immagini di arte sacra animano le pareti rendendole stupefacenti.

Una luce soffusa attraversa la stanza illuminando una tela appoggiata al tavolo da lavoro: Notturno greco. Una donna immersa in una natura esotica dal sapore magico, misterioso, e dai colori definiti.

Rosanna Maffeo, pittrice, è nata a Firenze il 4 marzo del ‘43 come Lucio Dalla, e ne è orgogliosa.

Non nasconde la sua età. Anzi. Ci sono persone che hanno il fuoco della giovinezza dentro e che sembrano eterne ragazze o eterni ragazzi. E lei è una di queste. Indossa un abbigliamento sportivo, pantaloni blu, maglia blu, blazer a quadri scozzese dal taglio moderno. E il tocco fashion: un bel paio di mocassini arancioni.

Orecchini a perline e un anello a serpente nel medio destro e uno di pietra azzurra in quello sinistro. Mi fa accomodare sulla poltroncina e mi offre una fetta di torta bavarese, la migliore che abbia mai gustato.

Splendente e sorridente, emana una luce tutta sua, conquistata dopo anni di lavoro con la tavolozza, nella sua vita di artista e pittrice.


Quando è iniziato tutto?

Il 4 marzo del ‘43. Si può dire che io sia nata con i pennelli in mano a Firenze, città d’arte e forse anche un po’ per questa fortunata coincidenza era segnata nel mio destino l’ambizione di diventare un’artista. I luoghi ci plasmano, anche senza volerlo. Ora mi sembra sia stato un segno. Anche se nella città di Botticelli ci ho vissuto poco, giusto il tempo di vedere la luce e fare i primi passi e avere i primi approcci con le matite colorate.


C’era la guerra e mio papà, che era un poliziotto, aveva deciso di mandare la famiglia al sicuro da certi parenti in Toscana. Mia mamma, mia sorella Tina e io, che ero la più piccola. Erano tempi duri, forse per questo fin da bambina ho avvertito il bisogno di dare luce e colore alla mia vita. E ho abitato da subito un mondo parallelo. Da quando avevo tre o quattro anni. Mi bastava un foglio e le matite colorate, mi disegnavo la vita.

Mia madre poi, fiera dei miei lavori, appendeva tutti i disegni con un intruglio magico di acqua e farina, una sorta di colla, e li appendeva in cucina. Lei faceva i lavori di casa, e impastava mentre io scarabocchiavo in un angolo. Ognuno cercava di prendersi cura e comunicare come poteva e come sapeva. Mi sembra di rivederla ancora oggi mentre prepara i ravioli per Natale. E li faceva grandi perché a me piacevano enormi. Se chiudo gli occhi li vedo con chiarezza ancora oggi.


Nell’immediato dopoguerra non c’erano molti svaghi e impiegavamo il tempo come si poteva. Io mi facevo regalare sempre matite colorate. Le classiche Giotto.

Un giorno alle elementari avevo scritto un tema e lo avevo concluso con il ritratto della maestra. Nessuno me lo aveva chiesto. Le avevo disegnato i capelli ondulati che evidentemente avevano colpito i miei occhi curiosi di bambina. Era una sorta di caricatura. Alla fine, la maestra rimase a bocca aperta e mi diede dieci. Da quel momento ci presi gusto e cominciai a ritrarre tutti in famiglia. Mia sorella più grande, Tina, in primis. Ero diventata la piccola artista di casa. Eravamo un po’ come le sorelle March, sebbene fossimo solo in due. Io avevo il disegno e l’arte e Tina, che lavorava come impiegata, era già una combattente per l’indipendenza e i diritti delle donne. Fu una delle prime donne a prendere la patente e con lo stipendio acquistò una Giulietta. Negli anni Cinquanta non era una conquista da poco, anche perché i nostri genitori erano di idee tradizionali e molto severi. Tina e io ci sostenevamo a vicenda, nostro padre era spesso fuori per lavoro ma, quando tornava a casa, non era facile convivere con un maresciallo di Pubblica sicurezza: in casa vigeva una sorta di regime militare e l’unico modo per ribellarsi era usare l’astuzia.

Per mia fortuna io potevo stare ore e ore nel mio mondo senza disturbare nessuno. Coloravo e disegnavo.

Così, una volta cresciuta, decisi di frequentare il liceo artistico. Ovviamente il maresciallo era contrario, ma questa volta mia madre si impuntò. E da allora ho sempre coltivato la passione per l’arte con più tenacia e forza.

Ero in costante fermento. Cercavo di sperimentare nuove tecniche, alla ricerca di uno stile personale, ispirandomi ai grandi artisti del Novecento, soprattutto Picasso. Rompendo anche qualche schema.

Ero attratta dal mondo magico. Dal sole e dalla luna, dal cielo blu intenso. Dalla brillantezza delle stelle. Nei miei quadri usavo persino la vernice per i tubi, quella degli idraulici.

Scoppia in una risata complice come se mi mettesse a conoscenza di un segreto.

Dovevo rendere in qualche modo l’oro e l’argento, anche se gli altri mi dicevano che non andava fatto. Ma io lo facevo lo stesso.

La mia prima mostra vide la luce alla Serenissima, un locale in Piazza della Nunziata a Genova, molto in voga negli anni Sessanta. Ero così felice! La prima mostra! Non avevo neanche vent’anni. I miei quadri esposti per la prima volta. Ritratti, volti di donna, nudi artistici. Spesso disegnavo mia sorella. La osservavo e iniziavo a dipingerla come la vedeva la mia immaginazione.


Ma non ero mai soddisfatta. C’era sempre un pezzo mancante.

Chi ama l’arte e la creatività è in continua ricerca. Ci voleva qualcosa che rompesse i soliti schemi. Qualcosa di rivoluzionario. Un viaggio, pensai. Un nuovo inizio che mi permettesse di compiere il primo passo verso un eterno movimento.

Sentivo un richiamo forte verso culture e civiltà diverse dalla mia. L’oriente mi affascinava. Ma come potevo partire, se vivevo in una famiglia come la mia, dove non potevi allontanarti di pochi metri senza avvisare?

Semplice. Lo facemmo e basta.

Dopo il liceo artistico e l’Accademia di belle arti, con Tina decidemmo di sfidare il maresciallo e con la Giulietta, insieme a un gruppo di amici, partimmo. Alla scoperta dei luoghi del romanzo di Bram Stoker: la Transilvania del conte Dracula.

Si unirono a noi alcuni miei compagni dell’Accademia. Tre donne e due uomini in giro per i Balcani su una Giulietta. Come la mettemmo con il maresciallo? Semplice: glielo dicemmo a cosa fatta. Era estate. Fingemmo di andare a trovare i parenti di Avellino per giustificare le valigie e il trambusto. Solo dopo, a distanza di sicurezza, telefonammo rivelando la verità.

Non ho mai saputo come reagì. In casa nostra non se ne parlò più. Era uno di quegli argomenti tabù che negli anni furono censurati con la complicità di tutti.


Con il gruppo ci dirigemmo nella ex Iugoslavia, a Lubiana, ora Slovenia, poi a Zagabria e Belgrado. In Romania percorremmo la Transilvania immersi nella natura in uno spettacolo dolce e gentile, nella natura verde e rassicurante sui monti Carpazi. Non certo i luoghi che ci aspettavamo di trovare dopo avere letto il romanzo di Bram Stoker. Tutt’altro: dolci colline a pascolo, villaggi popolati da contadini e da gitani, con le caratteristiche case col tetto spiovente, la luce e i colori vividi, accesi che non ho mai dimenticato. A Braşov la macchina rischiò di lasciarci. Facemmo un pezzo di strada su un carro trainato da grandi cavalli da tiro. Eravamo esausti e se ci avesse visto il maresciallo sarebbe morto d’infarto. Come spesso accade nei paesi di campagna trovammo molta solidarietà e un gruppo di persone si dette da fare e alla fine ci ripararono la macchina.

A Bucarest rimasi incantata dai monasteri ortodossi. Dall’architettura dei luoghi di culto, all’arte sacra gelosamente custodita al loro interno. Forse ne ero attratta perché mi sembrava tutto nuovo. Molto diverso da quello che i miei occhi erano abituati a vedere. Ecco, ancora una volta il richiamo dell’ignoto.


Proseguimmo il viaggio, costeggiando il Mar Nero. Alla guida della Giulietta si alternavano mia sorella e gli altri uomini del gruppo. Io non avevo la patente.

Finalmente giungemmo a Istanbul! A quei tempi era meravigliosa. Molto più laica di oggi, le donne vestivano all’occidentale, c’era un gran fermento e molti contrasti. Il trasporto pubblico urbano quasi non esisteva e c’erano grandi macchine americane, tipo Cadillac, mezze scassate e inquinanti, che compivano lo stesso percorso trasportando turisti e persone del luogo. Ma non dimenticherò mai l’incanto che provai nella Moschea Blu. Amo i luoghi di culto perché vi si respira un senso di pace e mi danno l’impressione di staccarmi dal mondo. Qualcosa di indescrivibile, che ho sempre provato, anche avvicinandomi a religioni diverse dalla mia, quella cattolica. Con uno sguardo tecnico e artistico e uno dell’anima, che si mette in ascolto. In silenzio.


Dopo la Turchia ci dirigemmo in Grecia e passammo per Salonicco, l’antica Tessalonica: anche qui incrociammo diversi monasteri greco-ortodossi. Alcune piccole chiese bizantine dove, una volta varcata la soglia d’ingresso, mi sembrò di entrare in un’altra dimensione: quella delle icone colorate. Il blu era decisamente il colore di quella vacanza e della mia vita. Blu notte come nei miei sogni e nel mio mondo. Un senso di pace mi pervadeva l’anima. Ma ancora di più lo stupore della scoperta.

Troppa bellezza e troppe novità tutte in una volta. Ero senza fiato.


Tornammo a Genova esausti ma felici. Ognuno di noi sapeva che quel viaggio lo avrebbe toccato nel profondo, nella vita futura. E così fu per la mia arte.

Dovevo in qualche modo far decantare tutte le esperienze vissute e tutto quello che avevo visto. Per questo, quando mi capitò l’occasione, mi rifugiai in un paesino della valle Scrivia: Arquata Scrivia. Dove andai a insegnare e a vivere. E dove misi radici, dopo avere conosciuto l’uomo che sarebbe diventato mio marito.

Un paese anonimo, isolato ma in una posizione strategica, ben collegato con Milano, dove avrei potuto recarmi per promuovere i miei lavori. Se solo lo avessi voluto. Ma non lo feci. Sapevo che i miei lavori avevano un valore ed era quanto bastava: a me interessava solo coltivare la mia creatività.

Da quel momento non ebbi sosta. Uscivano dalla mia mente e dalle mie mani ogni tipo di figure che avevo incontrato nel mio viaggio.

Gente. Tanta gente. In maschera. Pierrot malinconici. Volti segnati. Prima in bianco e nero e a poco a poco colorati. Di tanto in tanto facevano capolino le figure religiose. Dipinti di preti con la tunica e il cappello a larga falda. Alternavo prelati e figure del popolo. Fino ad approdare al mondo dei gitani. Lì mi sbizzarrii, rappresentandoli in tutti i colori. Donne con le tipiche vesti lunghe che si muovevano in danze sensuali, il mondo misterioso delle zingare che cercano di leggere la sfera di cristallo, la mano o i tarocchi. Figure maschili, atleti circensi girovaghi, domatori, artisti da strada. I colori mi affascinavano, li avevo dentro. Insieme alle donne cupe, disperate, quasi maschere dai lineamenti marcati e dalla magrezza segnata.


Una ricerca di risposte inedite, fuori dal comune, da persone le cui radici affondano nella realtà dei mestieri più umili ma che anelano a verità più alte.

Esattamente come mi sentivo io. In contrasto con la mia vita, che proseguiva su un binario ben delineato e preciso. Una vita tranquilla in un paese affondato nella nebbia. Nel frattempo, arrivarono molti riconoscimenti, articoli sui giornali e soprattutto l’inserimento nel Il Quadrato, l’enciclopedia degli artisti. Ma io l’arte l’ho sempre praticata per me. Avevo un’immagine nella mente e dovevo realizzarla. Una volta volevo dipingere il ritratto di una contadina con un cesto in testa e costrinsi mio marito a posare per me, con la mano atteggiata come se reggesse un peso. E lui stava in posa. Era il mio primo sostenitore!

Durante un soggiorno a Parigi mi recai al mercato delle pulci. Qui mi capitò tra le mani una rara icona antica che raffigurava la Madonna. D’istinto sentii che doveva essere mia. Non ci pensai molto in quel momento, la comprai e al ritorno la appesi insieme a tanti altri quadri.

Ma la svolta determinante fu durante un viaggio a Ravenna.

Ero in visita al mausoleo di Galla Placidia. E al battistero degli Ortodossi accadde qualcosa che ha cambiato profondamente la mia vita. Forse la stessa esperienza che capitò a Jung e che il famoso psicoanalista racconta nel suo libro Ricordi, sogni riflessioni.

Ero immersa nella stessa luce azzurrina che incantò lo psicoanalista svizzero. E come lui non mi domandai da dove provenisse quel riverbero, ma semplicemente me ne lasciai pervadere, godendomi quella bellezza e quell’atmosfera magica, un po’ come quando si sa che sta per succedere qualcosa. L’attimo che precede l’evento.

Immediatamente mi tornarono alla mente tutti i richiami all’arte bizantina che avevo vissuto nel mio lungo viaggio, ormai quindici anni prima. Ma sentivo qualcosa di diverso. In quel luogo c’era davvero un’aura soprannaturale. Mi sentivo come trasportata in un universo parallelo, un mondo altro da quello conosciuto fino a quel momento. Tutti i rumori intorno arrivavano ovattati. Percepivo le persone come sospese, immobili come statue d’un presepe. Solo i mosaici sembravano prendere vita e quella luce azzurrina appariva più intensa.

In quel momento lo vidi. Sotto la volta dai fiori stilizzati c’era un uomo. Alto, vestito di scuro, con la barba appena cresciuta, e gli occhi neri che sembravano leggermi fin dentro l’anima. Spiegava a un gruppo di giovani la bellezza dei mosaici bizantini. Restai lì ad ascoltare quello che diceva. Aveva una voce che emanava serenità e un modo di parlare semplice ed essenziale.

Quando gli studenti si allontanarono, non potei fare a meno di avvicinarmi. Lui mi regalò un sorriso. Mi presentai e gli dissi che ero una pittrice, affascinata dall’arte bizantina, ma che non avevo ancora trovato una dimensione artistica che mi facesse sentire piena e in pace con la mia vocazione.

Lui ascoltava pazientemente e annuiva come se conoscesse già la risposta. Mi disse che si chiamava Yama, che era turco, viaggiava per conoscere diversi popoli e la sua missione nel mondo era quella di lavorare per la pace tra gli uomini e per esaltare le bellezze dell’arte. Era un maestro spirituale che ispirava quiete e invitava alla meditazione e al silenzio.

Mi chiese se fossi davvero attratta dall’arte bizantina. Mi disse se sapevo davvero l’origine di tutta quella bellezza. Lì per lì non capii. Ma lo ascoltai. Mi indicò la cupola e la volta di stelle di grandezza decrescente sotto un cielo blu. Tornò a sorridere. Mi scrutò in attesa della mia reazione e aggiunse. “Quando sarà il momento, capirai. Segui la strada.”

Le parole del maestro Yama mi colpirono. Tutto l’insieme mi colpì. Era entrato nella mia testa e nel mio cuore.

Ma quando cominciai a chiedere di lui nessuno lo conosceva. Andai ovunque si organizzassero tour per ragazzi, domandai a tutti coloro che si occupavano del mausoleo. Niente. Nessuno sapeva rispondere. Sembrava che il Maestro Yama si fosse volatilizzato.

Nessuno lo aveva mai visto. Questa esperienza mi colpì molto. Potevo avere avuto una suggestione così forte? Una sorta di ipnosi mistica?

Non lo so davvero. Ancora adesso, a ripensarci, mi vengono i brividi.


Eppure, da quella volta, al mio ritorno a casa tutto cambiò. Quello che per molti anni fu solo un richiamo ora cominciava a vedere la luce. L’icona che avevo acquistato a Parigi era davanti ai miei occhi e sembrava osservarmi. Il resto venne da sé. Approfondii la tecnica e iniziai a scrivere icone. Scoprii che è proprio questa la parola giusta: un’icona non si disegna, si scrive. Un tempo il popolo, guardando le immagini, leggeva le icone e quello che rappresentavano: l’Infinito sovrannaturale. La tensione verso qualcosa di elevato a cui aspirare.

Le parole del Maestro Yama ricorrono sempre nella mia mente. Mi sembra di sentirle, con quel suo modo pacato di parlare e quel sorriso gentile come se tutto al mondo fosse facile e avesse un disegno preciso al quale non ci possiamo sottrarre.

Segui la strada, disse, e un giorno capirai. Non so se fu un’ispirazione mistica o se è stata una proiezione della mia anima. So però che allora compresi una verità semplice: che scrivere un’Icona è formulare una preghiera. Ogni volta. Per sempre. E la mia preghiera era rivolta alla parte migliore di noi.

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